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Full text of "Il profeta Mansùr, G.B. Boetti, 1743-1798"

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BOOK    27  1.2.B633    ZP   e 
PICCO    #    IL    PROFETA    MANSUR 
1743-  179 


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Boston  Library  Consortium  IVIember  Libraries 


littp://www.archive.org/details/ilprofetamansrOOpicc 


FRANCESCO  PICCO 


IL  PROFETA  MANSÙR 


(G.  B.   BOETTI) 

1743-1798 


A.  F.  FORMIGGINI 

EDITORE   IN   GENOVA 


191Ò 


AD 
ALESSAl^DEO  D'AISTOOI^^A  * 


«  Fra  i  molti  avventurieri  del  sec.  XVIII 
merita  im  luogo  particolare  il  padre  Boetti. 

Per  noi  cui  non  ispira  nessun  intento  di 
fare  una  delle  così  dette  ricibilitasioni,  ma  che 
negli  avventurieri  studiamo  soltanto  un  aspetto 
singolare  del  sec.  XYIII,  il  padre  Boetti  ha 
specialissima  importanza.  Anch'  egli  irrequieto 
ed  errabondo  ;  anch'  egli  non  sempre  scrupo- 
loso nelle  azioni  della  vita:  anch' egli,  come 
tant'  altri  suoi  confratelli  di  avventure,  impa- 
ziente di  freno,  e  sopratutto  invasato  della 
idea  che  la  società  possa  e  debba  ricomporsi 
dalle  fondamenta,  e  fatta  taMtla  rasa  del  pas- 
sato, rimettersi  a  nuovo  per  virtù  di  concetti 
metafisici  più  o  meno  buoni.  Ma  quantunque 
egli  sia  uno  dei  più  notevoli  fra  gli  avventu- 
rieri del  Settecento,  il  nome  suo  era,  può  dirsi, 
ig^noto,  finché  il  professore  Ottino  non  lo  fece 
rivivere  nel  1876  in  uno  scritto  delle  Curiosità 
e  ricerche  di  storia  sìtbalpina.  Xoi  attingeremo 
a  questo  scritto,  senza  renderci  però  stretta- 
mente garanti  di  tutte  le  maravìgliose  e  strane 


—  II  — 

avventure  del  Boetti  e  dolendoci  soltanto  che 
1'  egregio  nomo  non  abbia  integralmente  pub- 
blicato quella  relazione  sui  casi  del  Boetti,  che 
trovasi  negli  Archivi  di  Stato  a  Torino,  e  che 
è  desunta  da  memorie  dell'  avventuriere,  a  lui 
nel  1786  trafugate  da  tale,  che  gii  era  stato 
cancelliere  e  confidente  ». 

Queste  parole  di  Alessandro  W  Ancona,  che 
si  leggono  in  un  vecchio  articolo  del  Fanfulla 
della  domenica  \  e  in  una  recente  ristampa  di 
esso  ,  m'indussero,  anni  addietro,  a  ricercare 
e  a  pubblicare  la  Relazione  ^  della  quale  ivi 
si  discorre,  sussidiandola  di  qualche  altro  do- 
cumento ^ ,  che  m'  era  avvenuto  di  mettere  in- 
sieme durante  i  miei  soggiorni  estivi  qui  in 
Piazzano,  e  cioè  nel  borgo  monferrino,  che  fu 
«  il  natio  loco  »  del  Profeta  Manshr. 
l  Fin  d'  allora  avevo  posto  in  fronte  alla  do- 
cumentazi0-ne  delle  vicende  strane  dell'  ardi- 
mentoso missionario  e  guerriero  alcuni  cenni  ^ 
Mosso  ora  dall'intento  di  coordinare  in  assetto, 
dirò  così,  definitivo,  le  molteplici  vicende  della 
vita  del  Boetti,  quali  da  scritture  e  pubbliche 
e  private  ad  altri  e  a  me  fu  dato  di  racco- 
gliere, tali  cenni  riprendo  e  svolgo  dalle  dimen- 
ticate pagine  della  Kivista  di  Storia  Arte  Ar- 
eheologia  della  Provincia  di  Alessandria  del 
1901,  per  le  esortazioni  di  molti  amici,  che  con 
varia  opera  di  cultura  intendono  restituire  a 
quella  maggior  rinomanza,  che  gli  spetta,  il  bel 


—  Ili 


Monferrato,  e  per  desiderio  dell'amico  editore 
Formìggini,  che  si  ripromette  di  dare  alla  sto- 
ria avventurosa  del  frate  Profeta  ^  una  più 
larga  diffusione. 


Piazzano  Monferrato  (Alessandria) 
Settembre  1914. 


F.  P 


C^  è  iu  Monferrato,  in  quel  di  Casale,  una  bor- 
gatella.  Piazzano,  che  x^robabilmente  sarebbe  ri- 
masta, come  i  popoli  felici,  senza  storia,  se  non 
le  fosse  toccata  la  ventura  di  dar  i  natali,  a  mezzo 
il  settecento,  ad  un  singolarissimo  uomo,  bramoso 
di  nomea  e  di  dominio. 

In  questo  minuscolo  villaggio  monferrino,  che 
sorge  sovra  un  poggio  aprico,  là  dove  termina  la 
valle  detta  della  Dardagna,  la  quale  s^apre  spa- 
ziosa a  Pontestura  e  va  via  via  facendosi  sempre 
l^iù  angusta  lincile  gli  ondulati  colli  vitiferi,  che  la 
fiancheggiano,  si  chiudono  in  cerchio  formando 
una  graziosa  conca  verde,  nasceva,  infatti,  il  2 
giugno  del  1743,  Giovan  Battista  Boetti,  tratto 
poi  dai  casi  della  sua  fortuna  a  fregiarsi  del  ti- 
tolo superbo  e  misterioso  di  Profeta  Mansùr. 

Era  allora  Piazzano  parrocchia,  non  comunità, 
che  con  Camino  e  Castelsampietro  ed  altre  terre  di- 
pendeva dai  marchesi  Scarampi  di  Villanova,  conti 
di  Camino  ;  n^  era  podestà,  in  quel  tempo,  il  padre 
del  nostro  avventuriero,  notar  Spirito  Bartolomeo 


Boetti,  discendente  dei  conti  di  Cunico,  marito 
di  Maria  Margherita  figlia  del'  notaio  Vittorio 
Imperiale  Montalto  di  Crescentino  sul  Po. 

Queste  nozze  non  erano  state  davvero  infe- 
conde. Sposata  nel  1740,  e  divenuta  madre  di 
una  sequela  di  bimbi,  quasi  tutti  però  non  vitali,  la 
moglie  del  nostro  podestà,  dipinto  ne^  documenti 
come  rude  e  disumano,  si  sx)egneva  al  suo  quin- 
dicesimo parto,  lasciando  vive,  oltre  al  maschietto 
di  sette  anni,  tre  sole  figliuole. 

Riapparve  forse  ancora  di  poi,  cresciuto  d^anni 
e  di  senno,  alla  mente  di  Giovan  Battista,  tra  i 
più  teneri  ricordi  della  puerizia  la  visione  ango- 
sciosa della  sua  povera  madre,  affranta  dagli  af- 
fanni d'  una  misera  vita,  bistrattata  dallo  sposo, 
trascinata  con  immatura  morte  al  sepolcro  ? 
L*  ombra  di  un  interno  dolore  turbò  i  diletti  gio- 
condi della  sua  fanciullezza,  ed  una  mal  celata 
avversione,  una  sorda  ostilità,  che  divampò,  in  se- 
guito, in  palese  contrasto,  lo  tenne  sempre  lon- 
tano dal  padre  suo. 

Gagliardo  di  membra  e  d'animo,  egli  aveva  tra- 
scorso un'  infanzia  spensierata,  condividendo  con 
i  coetanei  i  giochi,  le  zuffe,  le  rapaci  e  allegre 
scorrerie  nei  frutteti  e  nelle  vigne  del  suo  bel 
colle  natio,  biblicamente  denominato  Monte  Sion  ; 
jnortagli  la  madre,  vide  invece  intristire  la  pro- 
pria esistenza,  povera  di  trastulli,  tra  le  mura 
squallide  d*  un  i)ensionato  cittadino,  a  Casale, 
dove  il  poco  amorevole  padre,  seco  trattenendo  sol- 


tanto  le  due  figlie  minori,  aveva  allogato  anche 
la  figliola  pili  grandicella. 

Giova  in  vero  soggiungere  che  notar  Spirito 
Bartolomeo,  uomo  dalla  natura  esuberante,  stimò 
ben  presto  intollerabile  io  stato  vedovile,  e  per 
non  rimanersene  piìi  a  lungo  senza  una  donna  al 
fianco,  meditò  nuove  nozze.  Invano  quel  ragaz- 
zaccio impertinente  di  suo  figlio,  che  attendeva 
nella  vicina  Casale  ai  latinucci,  osò  dirigergli 
una  lettera  piena  di  buon  senso,  mostrandoglisi 
lui,  d^ecenne,  ignaro  della  vita,  preoccupato  del 
passo,  ch'ei  stava  per  compiere.  Non  ricco,  già 
provveduto  largamente  di  prole,  senz'  ombra  di 
ritegno  per  la  famiglinola  alla  quale  procacciava 
in  tal  modo  lagrime  e  triboli,  egli  si  tolse  in 
casa,  nel  1754,  una  seconda  sposa,  Paola  Maria 
Margherita,  della  casalese  famiglia  dei  Rivalta, 
che  nel  1756  lo  rese  padre  di  un  altro  maschietto. 

Le  previsioni  del  precoce  adolescente  ebbero 
così  piena  conferma.  Le  sue  tre  sorelle,  due  delle 
quali  convivendo  con  la  bisbetica  matrigna  eb- 
bero a  sperimentarne  P  umore  astioso,  s^  appiglia- 
rono al  partito  di  rendersi  suore,  e  nella  pace  di 
un  chiostro,  nella  stessa  Casale,  vissero  quindi  in 
preghiera  la  loro  umile  vita.  Egli  medesimo  ri- 
dusse sempre  piti  il  numero  delle  sue  visite  e 
raccorciò  i  periodi  di  soggiorno  nella  casa  pa- 
terna, dove  nessuno  mai  non  gli  rivolgeva  una 
parola  d^  affetto,  dove  trovava  sempre  nuove  busse 
e  nuovi  crucci,  donde  ripartiva  desolato,  covando 


_  4  — 

in  cuore  un  muto  rancore  verso  il  padre  indiffe- 
rente, verso  la  donna  a  lui  estranea  ed  invisa, 
e  verso  il  di  lei  figlio  Giovanni  Carlo  venuto 
d' improvviso  ad  usurpare  il  suo  posto.  Poicliè  la 
matrigna,  di  carattere  più  risoluto,  fors'  anclie 
di  maggior  avvenenza  di  colei  che  P  aveva  pre- 
ceduta in  quella  dimora,  non  aveva  dovuto  durar 
troppa  fatica  per  insignorirsi  delP  animo  del 
consorte  allontanandolo  sempre  più  dai  figli  di 
primo  letto.  Ferito  nelPamor  proprio  il  nostro 
studentello  non  s'accascia,  ma  si  volge,  operoso, 
a  cercar  conforti  negli  studi,  ai  quali  e  negli  anni 
in  cui  restò  a  Casale  e  nel  triennio,  che,  varcata 
la  quindicina,  trascorse  in  un  collegio  a  Torino, 
attese  con  alacre  lena.  Egli  è  però  un  collegiale 
poco  ossequente  alle  imposizioni  autoritarie;  è, 
come  suol  dirsi,  autodidatta,  quale  lo  vengono  fog- 
giando il  suo  ingegno  vivacissimo,  il  pronto  in- 
tuito, una  curiosità  insaziata  delle  cognizioni  più 
disparate,  ignorate  o  neglette  da'  suoi  condiscepoli. 
Un  bel  giorno  poi,  capitò  a  Casale  suo  padre  e 
volle  sapere  come  andavano  gli  studi  del  figliolo,  del 
quale  s' era  fitto  in  capo  di  far  un  medico.  Pensi 
ognuno  come  rimase  quando  seppe  che  quegli 
attendeva  invece  a  studi  preparatori  per  darsi 
quindi  alle  leggi  !  Giambattista  a  dir  vero  non  si 
turbò  soverchiamente  dei  fieri  rimbrotti  paterni, 
ne  si  smosse  da' suoi  disegni,  e  non  restandogli 
altro  scampo,  tramò  la  fuga.  Invano  il  x><idre  lo 
richiamò    all'obbedienza   e   imi)artì   in   proi)Osito 


—  5  — . 
ordini  severi:  già  germinavano  nel  giovane  cuore 
spiriti  di  rivolta,  e  acquistavano  saldezza  alcuni 
liberi  propositi  da  tempo  accarezzati.  Destro,  scal- 
tro, simulatore,  il  giovinetto  studente  non  se  la 
sentiva  affatto  di  seguir  pecorilmente  la  volontà 
altrui  ed  era  pronto  a  romperla  anche  con  suo 
padre.  Lo  allettavano  indistinti  sogni  di  gloria, 
ed  unMntima,  fondata  persuasione  d^  esser  desti- 
nato a  grandi  cose  ;  non  vedeva  P  ora  di  uscir 
nel  vasto  mondo,  fuori  d^  ogni  impaccio  ;  vagheg- 
giava una  vita  indipendente,  fiera,  coronata  da 
trionfi,  quale  glie  la  fingevano  le  sue  ambizioni 
smisurate,  e  quale  gli  bastava  P  animo  di  conqui- 
starsi. 

Deciso  pertanto  ad  evadere  dal  collegio,  si  pro- 
pone di  correre  P  Italia  e  quindi  P  Oriente.  A  corto 
di  quattrini,  ma  ricco  di  coraggio  lino  alla  teme- 
rarietà, supera  un  primo  ostacolo  che  altri  avrebbe 
ritenuto  insuperabile,  inducendo,  con  una  i)iccola 
somma,  un  camerata  ad  ottenere  e  a  cedergli  il 
suo  passaporto,  e  già  sta  per  prendere  il  volo 
quando,  con  sua  grande  sorpresa,  il  suo  piano  è 
sventato.  11  giorno  stesso  in  cui  deve  andarsene, 
lo  si  avverte  che  e'  è  qualcuno  alla  porta,  che 
chiede  di  lui:  scende,  e  si  trova  davanti  ad  un 
signore  sconosciuto  «  en  habit  noir  et  grande 
perruque  »,  il  quale,  senza  dargli  spiegazione  al- 
cuna, lo  dichiara  in  arresto  per  ordine  del  re,  e 
fattolo  salire  in  una  portantina,  che  attende  lì 
presso,  lo  conduce  seco  alle  carceri  di  «  porta  di 
Po  ». 


Non  è  a  dire  quanto  ei  si  crucciasse  per  questo 
inatteso  contrasto! 

-  Eiseppe  di  poi  che  quelP  ignoto  personaggio 
era  il  marchese  di  Villanova,  scudiero  della  re- 
gina di  Sardegna,  protettore  di  tutta  la  famiglia 
Boetti,  e  un  mese  dopo,  per  V  intercessione  del 
suo  buon  nonno  materno,  venuto  appositamente 
a  Torino  da  Crescentino,  fu  scarcerato  a  patto  che, 
pentito  del  suo  trascorso,  promettesse  di  dedicarsi 
allo  studio  della  medicina.  Gli  fu,  naturalmente, 
giocoforza  i)iegar  il  capo  per  amor  della  conte- 
sagli libertà,  ma  egli,  nel  momento  stesso  della 
forzata  sottomissione,  non  seppe  frenare  gli  im- 
peti dell'animo  suo,  e  quando  si  trovò  di  fronte  al 
Governatore,  presente  il  marchese  di  Villanova, 
invece  delle  parole  d'ossequio  e  di  scusa  che  gli 
veniva  suggerendo  il  nonno  amoroso,  narrasi  che 
uscisse  a  dire: 

—  Eccellenza,  mi  costringono  a  rendervi  grazie 
perchè  mi  avete  fatto  imprigionare  ;  io  obbedisco, 
ma  contro  voglia,  perchè  mi  sento  ridicolo  e  me 
ne  spiace. 

Nutriva,  tuttavia,  in  fondo  all'animo  una  rico- 
noscenza gentile  verso  quel  congiunto  attempato, 
che  si  dava  tanta  briga  per  lui,  che  gli  voleva 
bene  e  che  gli  rammentava  la  cara  madre  defunta; 
lo  seguì  volentieri  a  Crescentino,  e  se  ne  staccò 
quindi  con  dolore  allorché  dovette  tornarsene  a 
Piazzano.  Quivi  soggiornò  per  un  trimestre,  ma 
i  maltrattamenti   subiti  furon  tali  che,  avendolo 


un  giorno  il  padre  manesco  battuto  con  tanto 
furore  da  lasciarlo  per  morto,  egli  riprese  la  via 
di  Torino,  mostrandosi  disposto  a  volgersi  agli 
ingrati  studi  di  medicina,  pur  di  lasciare  quei 
luoghi  inospitali,  quei  parenti  crudeli  e  disumani. 

Eecava  però  in  cuore  un  tacito,  cocciuto  astio 
contro  il  caparbio  volere  de' suoi  j  e  una  tristezza 
senza  fine  penetratagli  nelP  animo  deprimeva 
ogni  suo  giovanile  entusiasDio.  Si  destavano 
sempre  più  violenti  in  lui  gli  sdegni  contro  la 
mala  sorte,  che  lo  perseguitava,  piegandolo  a 
studi,  che  gli  repugnavano,  ostacolandolo  nelle 
sue  vere  aspirazioni;  lo  invadeva  un  imperioso 
bisogno  di  diviucolarsi  da  quelle  pastoie  fra  le 
quali  vedeva  consumarsi  la  sua  inutile  adolescenza. 

Ed  ecco  che  durante  V  aprile,  con  tutta  pro- 
babilità del  1761,  il  nostro  médecln  malgré  lui, 
allontanatosi  alla  chetichella  da  Torino,  senza 
recar  con  sé  né  abiti,  ne  danaro,  perviene  a  Mi- 
lano, dove  s'alloga  come  scrivano  presso  il  reggi- 
mento Glerici,  che  ivi  ha  stanza.  Il  suo  aspetto, 
i  suoi  modi,  la  vivacità  dello  spirito,  che  gli  tra- 
luce negli  occhi  mobilissimi,  e  un  po'  la  sua 
buona  stella,  gli  tengon  luogo  di  passaporto;  as- 
sunto così  su  due  piedi,  è  presto  assai  benvoluto 
da  tutta  la  Compagnia  alla  quale  viene  assegnato. 
Cinque  mesi  dopo  passa  a  Cremona,  dove  riceve 
dall'  unica  persona  della  sua  famiglia  che  non  lo 
abbandoni,  e  cioè  dal  nonno  crescentinese,  qualche 
soccorso  di  quattrini  e  di  indumenti  ;  entrato  nelle 


—  8  — 
«grazie  del   Governatore   e   di   parecchie  famiglie 
nobili,  s*  arruola  soldato  condiiceiido  uua  comoda 
vita. 

Scrupoloso  uelP  adempimento  de' suoi  doveri, 
abile  secondo  l'occorrenza  ad  obbedire  e  a  co- 
mandare, difetta  però  della  calma  necessaria  per 
attendere   che   maturino  gli  eventi. 

Ecco  infatti  che  mentre  già  si  trova  sulla  buona 
strada  per  diventar  ufficiale,  come  poco  prima 
era  accaduto  ad  un  giovane,  suo  parente,  che, 
diciannovenne  appena,  aveva  conseguita  tal  grado 
in  quel  medesimo  reggimento,  la  pazienza  gli  vien 
meno  e  poiché  la  promozione  tarda  a  venire,  pur 
essendogli  già  stato  concesso  di  vestir  la  divisa, 
insofferente  d'indugi,  sentendosi  forse  poco  tagliato 
per  la  disciplina  militare,  domanda  il  congedo  e, 
provvisto  di  qualche  soldo,  si  mette  in  viaggio 
senza  alcun  itinerario  prefisso. 

Perviene,  in  questo  modo,  in  Boemia,  erra  da 
Praga  a  Ratisbona,  a  Strasburgo,  con  mille  av- 
venture e  con  varia  fortuna. 

A  Praga  la  sorte  gli  arrise.  Proprio  quando 
aveva  esauriti  ormai  gli  ultimi  quattrini,  gli  ac- 
cadde d^ imbattersi  in  una  vedovella,  la  quale, 
come  lo  vide,  subito  restò  presa  d'amore  per  lui 
e  si  dispose  senz'altro  a  sposarlo;  ma  per  esser 
costei  d'una  ricca  famiglia,  ligia  alle  norme  tra- 
dizionali, e  la  morte  del  di  lei  marito,  spirato  da 
due  mesi  appena,  troppo  recente,  le  nozze  furono 
rimandate  a  dopo  il  lutto.  Senonchè  alla  ardente 


—  9  — 
vedova  innamorata  V  attesa  parve  ben  presto 
troppo  dura,  né  ai  precoce  giovane  reggeva  F  ani- 
mo di  vederla  struggersi  crudelmente  per  amor 
suo.  Così  fu  che  il  non  pivi  platonico  idillio  diede 
i  suoi  frutti;  F imminente  nascita  di  un  figlio  non 
potè  a  lungo  esser  celata;  ogni  lor  disegno  matri- 
moniale fu  guasto;  i  parenti  della  vedovella  in- 
namorata ne  menarono  grande  scalpore  e,  soddi- 
sfatte le  pretese  delP  ardito  amante,  lo  indussero 
a  partirsene  da  quella  città  in  fretta  e  furia. 

Rifornitasi  la  borsa  in  modo  sì  inopinato,  ve- 
nuto cioè  in  possesso  d' un  gruzzolo  di  ben  tremila 
fiorini,  in  parte  datigli  dalla  desolata  amante 
come  donativo,  in  parte  dai  di  lei  congiunti,  il 
nostro  Boetti  riprese  senza  un  pensiero  al  mondo 
il  suo  interrotto  vagabondaggio  zingaresco.  Plus 
gai  qu^  un  empereur,  per  la  via  di  Ratisbona  toccò 
Strasburgo  escogitando  nuovi  mezzi  per  gabbare 
il  mondo  e  per  spassarsela  giocondamente.  Egli 
aveva  ormai  compreso  a  meraviglia,  col  suo  fine 
fiuto,  quanto  gli  uomini  si  lascino  spesso  vincere 
dalle  apparenze;  si  circondò  pertanto  di  due  do- 
mestici e  di  un  garzone  e  si  diede  a  percorrere, 
col  suo  piccolo  seguito,  la  città,  ammirandone,  con 
gran  sussiego,  le  opere  artistiche  monumentali. 

Il  giuoco  gli  riesce. 

Mentre  un  dì  cavalca  per  le  vie  di  Strasburgo, 
con  spavalda  disinvoltura,  un  canonico  col  quale 
già  s' era  incontrato  più  volte  nelle  sue  visite  alla 
superba  cattedrale,  mostra  desiderio  di  conoscerlo. 


—  10  — 
stringe  rapporti  con  lui  e  lo  invita  a  pranzo  in 
casa  sua.  Xon  V  avesse  mai  fatto  !  Una  sua  nii^ote 
ventenne  crede  di  aver  scoperto  nel  bel  forestiero 
lo  sposo  vagheggiato  piovuto  dal  cielo  a  far  reali 
e  felici  i  suoi  rosei  sogni  di  fanciulla;  costui  non 
la  dissuade  aftatto  ed  ella  s'  abbandona  alP  im- 
petuosa passione  con  trasporto. 

Il  Boetti,  dal  canto  suo,  benché  amato  sviscera- 
tamente, rimane  alquanto  freddo:  ella  è  ricca,  ma 
brutta  assai,  e  a  lui  fanno  più  gola  i  danari,  che 
non  le  grazie  di  questa  focosa  fanciulla.  Con  tutto 
ciò  sa  condursi  in  modo  da  ottener  da  lei  molti 
regali  a  accetta  quindi  di  buon  grado  il  passa- 
porto e  una  discreta  sommetta  che  lo  zio  canonico 
gli  mette  prestamente  tra  le  mani  pur  di  allon- 
tanarlo dalla  città,  non  appena  le  smanie  della 
povera  illusa  V  ebbero  fatto  accorto   delP  intrigo. 

Riprende  allora  la  via  del  ritorno,  e  rientra 
in  Italia  dirigendosi  alla  volta  di  Boma. 

Wemo  propheia.,.  In  patria  la  fortuna  gli  volge 
le  spalle.  Un  fiorentino,  che  aveva  a^  suoi  servigi, 
lo  spoglia  nei  pressi  di  Bologna,  d' ogni  cosa  sua, 
e  lo  abbandona  in  paese  sconosciuto,  privo  affatto 
di  mezzi,  cosicché  non  gli  resta  che  tornarsene 
mogio  mogio  al  villaggio  natio. 

I  due  anni,  o  poco  meno,  che  trascorre  a  Piaz- 
zano, dove  rimane  fin  verso  la  fine  del  1763,  van 
segnalati  come  una  delle  rade  i)areutesi  tranquille 
della  sua  irrequieta  esistenza.  Riammesso  nella 
casa  paterna  mercè  i  buoni  uffici  di  persone  amo- 


—  11  — 

revoli,  quantunque  la  sua  condotta  non  fosse  pre- 
cisamente stata  tale  da  volgere  alla  benevolenza, 
né  P  animo  del  padre,  né  quello  della  matrigna, 
il  nostro  giovinotto  approfitta  di  questa  specie  di 
tregua  nelle  domestiche  ire  per  tessere  le  fila  di 
un  dolce  amore,  con  la  segreta  speranza  di  giun- 
gere a  formarsi  una  sua  propria  famiglia.  Egli 
aspirava  infatti  a  condurre  in  moglie  una  giovi- 
netta della  quale  erasi  perdutamente  invaghito, 
e  non  è  da  escludersi  che  la  bella  e  ricca  fan- 
ciulla, alla  quale  egli  aveva  posto  gli  occhi  ad- 
dosso avrebbe  forse  operato  il  miracolo  di  tras- 
formare il  baldanzoso  fidanzato  in  un  modello 
di  marito,  poiché  in  quel  suo  cuore  fremente  e 
inquieto  pur  s'  annidavano  affetti  tenaci. 

Ma,  nel  frattempo,  in  casa  le  cose  s^  erano 
venute  mutando.  La  calma  e  P  accordo  erano  spa- 
riti e  la  brutalità  del  padre,  che  non  gli  rispar- 
loiava  né  percosse,  né  i)atimenti,  e  lo  sprezzo  della 
matrigna,  che  al  primo  rampollo  Giovanni  Carlo, 
nato  nel  1756,  aveva  dato  Panno  seguente  una 
sorella,  Anna  Maria,  e  nel  1760  un  nuovo  fratello, 
Luigi,  e  si  mostrava  verso  di  queste  sue  creature 
tenerissima  madre,  ingigantivano  in  lui  cupi,  ef- 
ferati propositi. 

Or  ecco  che  quando,  per  concorde  volere  dei 
parenti  della  fidanzata,  che  abitava  poco  discosto 
e  riceveva  spesso  le  visite  delP  ardente  innamo- 
rato, già  si  ventilavano  i)rogetti  di  nozze,  una 
notte,  mentre  questi  rincasava,  un  col])0   d'  arma 


—  12  — 
da  fuoco  sparatogli  contro  dal  suo  stesso  padre 
lo  avvertì  iu  modo  assai  brusco,  che  quel  matri- 
monio non  doveva  aver  luogo.  Il  colpo  andò  a 
vuoto,  ma  il  giovane  ne  fu  ferito  nelle  piii  intime 
flbre,  ne  provò  cioè  uno  schianto  doloroso,  che 
lo  indusse  a  meditare  sui  casi  suoi:  e  fu  ventura 
se,  vinta  la  prima  violenta  sete  di  vendetta,  non 
si  macchiò  di  orribile  delitto,  e  venuto  a  più  miti 
consigli  deliberò  invece  di  dar  V  addio  a  quel 
luogo  caro,  ma  infido,  dove  ormai  anche  la  sua 
incolumità  i^ersonale  era  posta  a  grave  repenta- 
glio. 

Manco  a  dirsi,  i  genitori  della  fanciulla  non 
vollero  pivi  saperne  di  imi^arentarsi  con  gente  di 
cotal  risma,  e  per  tagliare  i  ponti  le  allestirono 
pronte  nozze,  alle  quali  ella  si  decise  non  senza 
lacrime. 

Così  il  nostro  Giovan  Battista,  che  toccava 
allora  i  suoi  vent^anni,  strappato  alle  serene  dol- 
cezze di  un  amore  corrisposto,  proprio  in  sul  punto 
in  cui  pareva  avviato  ad  una  vita  regolare  e 
tranquilla,  veniva  lanciato  di  bel  nuovo  nel  vor- 
tice di  rinnovate  avventure.  La  sorte  ha  di  queste 
singolari  pervicacie  contro  le  quali  è  vana  ogni 
riluttanza;  ed  egli  d'  altra  parte  era  per  sua  na- 
tura tale  da  sentirsi  a  suo  agio  tra  i  più  fieri 
contrasti,  come  V  alcione  fra  le  tempeste. 

Eaggranellato  adunque,  a  fatica,  un  modesto 
gruzzolo,  fugge  da  Piazzano  a  Genova,  dove  si 
imbarca  per  Civitavecchia,  deliberato  di  recarsi 


—  13  — 
a  Roma.  A  bordo  stringe  rapporti  con  un  monaco 
spagnuolo,  giiiocatore  di  professione,  e  accetta  le 
sue  proposte,  riuscendo  a  guadagnargli  duecento- 
cinquantasette  i^iastre  forti,  nonché  tutto  il  ba- 
gaglio. E  già  si  tien  contento  d'aver  ingannato 
con  qualche  profìtto  la  noia  della  lenta  naviga- 
gazione  e  d' aver  avuto,  egli  sì  disgraziato  in 
amore,  tanta  fortuna  al  giuoco,  quando  allo  sbarco 
di  Civitavecchia  quel  francescano  matricolato  lo 
denunzia  al  governatore  come  ladro  e  ottiene 
immediata  restituzione  di  tutto. 

Giovan  Battista  Boetti  non  era  però  uomo  da 
patire  in  silenzio  cotanto  affronto,  ed  ecco  che 
subito  architettò  e  compì  strana  vendetta.  Cono- 
scendo assai  bene  il  lato  debole  del  suo  avver- 
sario che,  mentr'  egli  procedeva  da  Civitavecchia 
verso  Roma,  lo  seguiva  a  piccole  tappe,  una  sera, 
trovandosi  a  pernottare  in  una  locanda  nella  quale 
quegli  avrebbe  dovuto  poco  dopo  sostare,  per- 
suase la  fantesca  a  fargli  buona  cera  e  nel  tempo 
stesso  il  prevosto  della  vicina  parrocchia  a  spiar 
le  sue  mosse.  Avvenne  così  che  il  monaco,  che  non 
era  uno  stinco  di  santo,  fu  sorpreso  con  gran  suo 
disdoro  in  una  situazione  alquanto  imbarazzante 
ed  il  timorato  pievano,  sopraggiunto,  diede  atto 
a  verbale,  con  due  testimoni,  di  tale  suo  indeco- 
roso amorazzo  ancillare.  Una  novella  boccaccesca 
in  azione,  adunque,  ordita  e  attuata  con  pronta 
sagacia  dal  nostro  mattacchione,  che,  lieto  come 
una  pasqua,  non  tardò  a  riprendere  la  strada  di 
Roma. 


—  u  — 

Poco  durò  il  suo  sogg'ioruo  nella  città  eterna. 
Ridottosi  ben  presto  al  verde,  senza  che  nessuno 
di  quei  casi  fortuiti,  coi  quali  aveva  ormai  impa- 
rato a  far  fidanza,  venisse  a  rimpinguargli  la 
smunta  borsa,  gli  toccò  picchiar  alla  porta  d^  un 
prelato  suo  parente,  il  quale  però  non  seppe  dargli 
altro  consiglio  che  quello  di  rimpatriare,  e  gli 
fornì  alPuopo  il  necessario  per  il  ritorno. 

Il  Boetti,  a  dir  vero,  da  quest^  orecchio  non 
ci  sentiva  affatto;  si  profuse  in  ringraziamenti, 
fece  buon  viso  al  denaro,  non  alP  esortazione,  e. 
della  somma  si  valse  per  partire  alla  volta  di 
Venezia  ardendo  dal  desiderio  di  imbarcarsi,  di 
là,  per  P  Oriente. 

Fin  da  fanciullo,  come  si  disse,  egli  era  stato 
colpito  dal  fascino  dei  misteriosi  paesi  orientali, 
verso  i  quali,  rinfocolatagli  la  brama  da  letture, 
veleggiava  spesso,  qual  nave  errabonda,  la  sua 
mobile  fantasia.  Giorno  verrà  in  cui  egli  potrà 
sciogliere  il  suo  voto  :  non  così  presto  però  com^  ei 
ritiene,  per  una  profonda  conversione  operatasi 
d^  improvviso  nel  suo  animo. 

Diretto,  adunque,  alla  città  della  laguna,  passa 
per  Loreto,  dove,  mosso  da  istintiva  curiosità, 
visita  il  celebre  Santuario. 

Come  varca  la  soglia  della  mistica  chiesa,  su- 
bito si  sente  invaso  da  una  commozione  infinita, 
che  gli  strappa  le  lagrime:  una  tenerezza  strug- 
gente gli  ricerca  le  più  intime  fibre,  lo  turba,  lo 
rapisce;  in   preda  a  questa  inaspettata  e  prepo- 


—  15  — 
tente  esaltazione  religiosa,  fa  per  entrare  nella 
piccola  cappella  di  Kostra  Signora  e  gii  i)ar  che 
una  forza  sovrumana  glie  ne  interdica  P accesso; 
ripete  più  volte,  sempre  invano,  la  prova,  incapace 
di  violare  V  invisibile  barriera,  che  lo  arresta. 
Sotto  V  incubo  di  questa  arcana  ripulsa,  accesa 
la  mente  di  fervore,  sconvolto  P  animo  da  mille 
repentine  paure,  si  ritrae  in  un  angolo  della 
chiesa,  e  tra  il  fluttuar  dei  pensieri  discordi  ri- 
flette a  lungo  sui  casi  suoi.  La  visione  del  suo 
passato  incomposto,  macchiato  di  colpe,  gii  sve- 
glia in  petto  non  mai  provati  rimorsi  ;  una  divina 
voce  lo  incuora,  lo  attrae  a  sé,  gli  suona  dentro 
confortevole,  gli  impone  di  ritrarsi  dal  mondo. 
E  allora  P  uomo  dalla  indomita  natura,  che  ve- 
demmo divorato  da  sete  ardente  di  libertà,  si  fa 
umile,  pio,  devoto,  ascolta  trepido  le  parole  di 
fede,  che  lo  spirito  suo  in  quella  solitudine  so- 
lenne della  sua  coscienza  gii  detta,  e  persuaso  di 
sentirsi  chiamato  da  Dio  a  vita  di  rinuncia,  forma 
d'un  tratto  il  disegno  di  darsi  a  rigida  penitenza 
per  poter  quindi  esser  ammesso  in  un  convento. 
Rimane  in  preghiera  a  Loreto  quattro  interi  giorni, 
I)oi,  ormai  deliberato  di  abbracciare  lo  stato  mo- 
nastico, parte  per  Ravenna  confidando,  mercè  la 
protezione  di  un  suo  conoscente,  il  conte  Sordi, 
segretario  del  cardinal  Crivelli,  di  venir  accolto 
in  un  qualsiasi  ordine  fratesco. 

Però  il  tragitto  doveva  costargli  una  nuova  e 
acerba  disavventura.  Strada  facendo,  ben  riparato 


—  li)  — 

dalle  intemperie  sovra  una  carrozzella,  che  pro- 
cedeva alla  meglio  sotto  una  pioggia  torrenziale, 
incontrò  due  sconosciuti,  un  uomo  ed  una  giovane 
donna,  che  viaggiavano  a  piedi;  mosso  a  comims- 
sione  di  quei  due  tapini,  fece  loro  posto  presso 
di  sé,  contento  in  cuor  suo  di  compiere  un^  opera 
buona.  Ma  volle  la  perfida  sorte  che  i  suoi  com- 
pagni raccolti  per  via  fossero  gente  di  mala  vita, 
cosicché,  come  la  carrozzella  pervenne  alle  porte  di 
Pesaro,  i  soldati  li  arrestarono  e  per  di  più  con- 
dussero in  carcere,  senza  intender  ragioni,  anche 
il  loro  malcapitato  benefattore.  Gli  toccò  così 
subire  ventotto  giorni  di  carcere  preventivo  prima 
di  poter  essere  interrogato  dal  governatore;  e  fu 
ventura  che  questi  fosse  un  monf errino,  monsignor 
Radicati  di  Brozolo,  il  quale  bonariamente  i)restò 
fede  alle  discolpe  del  suo  conterraneo,  gli  fece 
dare  le  dovute  soddisfazioni  da  i^arte  del  bargello 
per  Terrore  di  cui  era  rimasto  vittima  innocente, 
e  nel  tempo  stesso  gli  consigliò  di  allontanarsi 
alla  lesta  da  Pesaro  e  di  procurare  di  evitar  di 
incappare  nella  sbirraglia,  che  glie  P  aveva  giu- 
rata per  le  frustate  ricevute  per  cagion  sua. 

Come  Dio  volle,  il  nostro  convertito,  che  aveva 
avuto  agio  durante  i  giorni  della  sofferta  prigionia 
di  scrutare  la  propria  coscienza  e  di  rinsaldarsi 
nella  presa  decisione  di  rendersi  religioso,  arrivò 
a  Ravenna  dove,  compiute  le  pratiche  opportune, 
con  P  autorevole  appoggio  del  conte  Sordi,  solle- 
citato  il    necessario    consenso    paterno,  vestì  la 


—  17  — 
tonaca,  entrando  per  mediazione  del  detto  signor 
conte,  in  qualità  di  novizio,  nel  convento  dei  Do- 
menicani, il  25  luglio  1763. 

Gravi  gli  riuscirono  le  privazioni  e  le  asprezze 
delP  anno  di  prova.  Mortificato  lo  spirito,  non 
gli  tornava  tuttavia  facile  fiaccar  i  moti  della  sua 
indole  impulsiva  e  piìi  volte  si  trovò  sul  punto 
di  buttar  la  tonaca  alle  ortiche.  La  vita  mono- 
tona del  convento  gli  dava  febbri  ed  ardori,  pro- 
strazioni e  tedi  inenarrabili,  e  fu  vera  vittoria 
della  sua  volontà  tenacissima  P  aver  egli  portato 
a  termine  quel  suo  noviziato;  fatta  quindi  pro- 
fession  di  fede,  pronunciati  i  voti,  ossequente  agli 
ordini  ricevuti,  entrò  in  un  convento  a  Ferrara, 
e  prese  a  dedicarsi  con  lena  alla  filosofìa  e  alla 
teologia. 

Trascorre  così  un  intero  quinquennio,  mostran- 
dosi ben  presto  piti  istruito,  nel  concetto  almeno 
de^  suoi  confratelli,  degli  stessi  suoi  professori  : 
dopo  sì  lungo  distacco  gli  si  consente  di  far  una 
visita  alle  sue  tre  sorelle,  religiose  a  Casale.  In 
tale  occasione  risale,  con  animo  gonfio  di-  com- 
mozione, il  suo  colle  e  si  rasserena  alla  vista  dei 
luogM  della  sua  infanzia;  ma  non  tarda  guari  a 
dar  le  spalle  a  Piazzano,  col  cuor  triste  per  le 
beffe  de'  suoi  stolidi  i)arenti,  che  stimano  cosa 
degna  di  grandi  risa  V  essersi  il  diavolo  fatto  ere- 
mita. Restituitosi  alla  sua  cella  ferrarese,  sep- 
pellisce in  fondo  alP  animo  le  proprie  amarezze 
domestiche  e  si  volge  operoso  alla  nuova  sua  vita, 


—  18  — 
beu  deciso  ormai  a  raggiungere  la  tanto  vagheg- 
giata sua  meta,  V  Oriente. 

Colà  egli  vorrebbe  esser  comandato  a  predi- 
car P Evangelo,  colà  si  ripromette  sublimi  trionfi: 
tutto  i)ervaso  da  ascetismo  sereno,  per  ottenere 
il  suo  scopo,  si  piega  con  inflessibile  fermezza 
sui  libri,  e,  spintovi  pure  da  certe  sue  mal  celate 
tendenze  istrioniche,  che  —  natiiram  expellas 
fnrca,,..  —  di  tratto  in  tratto  si  palesano  in  lui, 
vuole  e  riesce,  com'egli  stesso  confessa  nel  suo 
giornale  intimo,  a  far  il  Santo;  sa  cioè  mostrarsi 
zelantissimo  osservatore  della  regola,  e  si  guada- 
gna la  benevolenza,  il  rispetto  ammirato  e  de- 
voto di  tutti. 

I  suoi  superiori,  avvistisi  (F  aver  a  che  fare 
con  un  frate  di  stoffa  non  comune  lo  destinano 
missionario  a  Mossul,  città  sorta  presso  le  ruine 
della  famosissima  Mnive  antica. 

IS^on  è  a  dirsi,  quindi,  con  quale  ischietta 
gioia  egli  accoglie,  nel  1769,  tale  incarico.  Si  ripro- 
mette di  trasformarsi  in  milite  di  Cristo  e  subito 
si  dispone  a  partire  per  la  Mesopotamia.  Ormai  il 
suo  sogno  si  compie:  già  gli  par  che  alle  sue 
ardenti  parole  le  turbe  si  convertano,  i  neofiti 
cingano  il  cilicio,  si  coprano  il  capo  di  cenere- 
Staccatosi  adunque  dai  buoni  confratelli  fer- 
raresi, si  reca  sollecitamente  a  Venezia,  dove  al- 
loggia in  San  Domenico  di  Castello,  in  attesa  per 
piti  di  quindici  giorni  d'una  nave,  che  lo  trasporti 
al  di  là  dei  mari:  questo  forzato  indugio  spende 


—  19  — 
in  fervide  preghiere,  implorando   dal  cielo  la  co- 
stanza e  V  energia  necessaria  perchè  il   suo   apo- 
stolato abbia  ad  apportare  copiosi  frutti. 

Egli  si  sente  invaso  da  una  pietà  infinita,  vor- 
rebbe adoprarsi  a  prò  del  suo  prossimo,  cerca  con 
trasporto  le  occasioni  propizie  per  attuare  i  mi- 
rabili precetti  evangelici  dei  quali  ha  piena  la 
mente,  anela  ad  espandere  il  suo  spirito  fervente 
in  opere  di  cristiana  carità....  Un  bel  giorno,  men- 
tre transitava  per  un  vicoletto,  scorse  sulP  uscio 
d^  una  triste  casa  un  flore  di  fanciulla;  tòcco  da 
repentina  commiserazione  alla  vista  di  quella  crea- 
tura del  buon  Dio  cotanto  depravata,  senza  riflet- 
tervi su,  s^  adoprò  subito  per  tentar  con  lei  il  suo 
primo  atto  di  conversione.  I  suoi  sforzi,  a  dir  vero, 
furono  assai  male  ricompensati.  A  quella  guisa 
che  la  soverchia  cortesia  usata  a  gente  ignota  gli 
era  costato  a  Pesaro  poco  men  che  un  mese  di  car- 
cere, così  quivi,  catechizzando  la  bella  sgualdrina, 
si  trovò  di  nuovo  nelle  panie  e  riuscì  a  stento  a  li- 
berarsene, imparando  a^  suoi  danni  che  nel  mondo 
non  sempre  bastano  le  oneste  intenzioni  per  con- 
durre a  termine  imprese  sì  perigliose.  Egli,  infatti, 
le  aveva  tenuto  un  gran  discorso  colP  onesto  fine 
di  aprirle  gli  occhi,  di  mostrarle  la  voragine,  che 
si  scavava  davanti  con  la  sua  vita  disonesta; 
aveva  esperito  ogni  mezzo  per  ritrarla  sul  «  sen- 
tiero della  virtti  »;  aveva  trovato  le  parole  più 
penetranti  e  più  persuasive  per  richiamarla  a  gen- 
tilezza  di  pensieri,  a  nobiltà  di   sentire;   aveva 


—  20  — 

trepidato  di  cordiale  esultanza  allorché  colei,  con- 
fusa, commossa,  balbettando  fra  i  singulti  frasi 
sconnesse,  s^  era  data  a  versar  lacrime  cocenti; 
né  aveva  i)unto  esitato  a  varcar  quella  soglia  e 
a  penetrare  nella  sua  squallida  stanzuccia,  allor- 
ché essa,  piano  piano,  s^  era  ritirata  nelP  interno, 
e  se  ne  stava  accanto  al  gramo  lettuccio  immondo, 
come  donna  ròsa  dal  rimorso....  Ma  quando  poi, 
mentr'  egli  si  infervorava  sempre  più  nella  de- 
scrizione delle  celestiali  beatitudini  i^aradisiache 
e  delle  rosse  fiamme  divoratrici  delP  Inferno,  la 
bella  penitente  non  pentita  si  fu  accorta  che  la 
sua  finzione  non  le  fruttava  quelP  epilogo  che 
ella,  scaltra,  se  n^  attendeva,  e  proruppe,  sguaiata, 
in  una  risata  fragorosa,  beffandosi  di  lui  e  de' suoi 
catechismi,  il  nostro  moralista  perdette  i  lumi,  le 
si  avventò  contro  e  violentemente  la  percosse. 
Colei,  allora,  si  diede  a  strillare;  accorse  una  guar- 
dia alla  quale  essa,  con  esperta  improntitudine, 
snocciolò  una  filastrocca  di  fandonie,  dicendosi 
defraudata  della  dovutale  mercede;  e  poiché  il 
nostro  troppo  zelante  missionario,  tradotto  la  sera 
stessa  davanti  ad  un  segretario  di  stato,  non  potè, 
con  le  proprie  proteste,  distruggere  le  apparenze 
del  fatto,  che  congiuravano  tutte  contro  di  lui, 
dovette  subire  fìerissime  rampogne  e  promettere 
di  non  i)erseverare  nella  conversione  delle  gio- 
vani peccatrici  veneziane  e  di  attendere  per  de- 
dicarsi alle  pratiche  della  sua  missione  il  giorno 
in  cui  fosse  j)ervenuto  alla  lontana  località  orien- 
tale, alla  quale  era  stato  destinato. 


—  21  — 

Giunto  finalmente  il  dì  delF  imbarco,  al  nostro 
frate  non  par  vero  di  jìoter  proseguire  il  suo 
viaggio  ;  fatto  vela  per  Cipro,  quivi  in  sul  princi- 
pio del  1770  soggiorna  due  mesi,  dedicandosi  con 
grande  profitto  allo  studio  del  greco,  che  di  poi 
perverrà  a  i3arlare  e  a  scrivere  correntemente,  indi 
procede  alla  volta  di  Aleppo. 

Molte  peripezie  lo  attendono  lungo  il  cammino: 
degno  di  ricordo  è  ad  esempio  il  tiro  birbone 
giuocatogli  in  tal  tragitto  da  alcuni  marinai  greci. 

Imbarcatosi  con  essi  a  Lamica  su  d^  un  bat- 
tello, che  aveva  dovuto  noleggiare  a  proprie  spese 
essendogli  mancata  V  occasione  di  navi  in  tran- 
sito, si  diresse  a  Latakia,  ma  costeggiata  V  isola 
di  Cipro  fino  a  Capo  S.  Andrea,  quivi  fu  co- 
stretto da  un  violento  uragano  a  prender  terra 
con  P  equipaggio  e  a  trovar  rifugio  in  una  ca- 
panna di  pastori.  Come  venne  la  notte  tutti  si 
addormentarono,  ma  una  dolorosa  sorpresa  toccò 
alP  alba  al  nostro  pellegrino  non  appena  si  fu 
desto:  marinai  e  battello  eran  spariti  ed  egli, 
solo,  abbandonato,  non  ebbe  miglior  partito  che 
ritornare  sui  suoi  passi  fino  a  Lamica,  donde, 
per  V  intervento  del  console  di  Francia,  gli  riuscì 
di  salpare  nuovamente  alla  volta  della  Turchia. 

Altro  brutto  caso  gli  occorse,  a  Latakia,  alla 
dogana  turca.  11  preposto,  uomo  di  nefandi  co- 
stumi, vedutolo  sì  giovane  ed  aitante  sMnvaghì 
di  lui  e  delle  sue  sdegnose  ripulse  prestamente 
si  vendicò  accusandolo  al   cospetto  del  Kadì   di 


iiver  bestemmiato  il  santo  uome  di  Maometto 

Egli  dovette  al  buon  senso  del  Nakib  capo  delle 
Teste  Verdi  la  propria  liberazione. 

Dopo  ciò,  rimessosi  in  marcia,  domata  per  via 
unMmiDrovvisa  sommossa  dei  giannizzeri,  che  fa- 
cevan  parte  della  carovana,  perviene  finalmente 
in  Aleppo,  s' alloga  in  un  convento  di  France- 
scani, ed  ivi  attende  per  ben  cinque  mesi  il  pas- 
saggio di  qualche  carovana  diretta  a  Mossul. 
Durante  questa  lunga  sosta,  festeggiato  da  prima 
con  lieta  accoglienza  da^suoi  confratelli,  si  dà 
allo  studio  della  lingua  araba,  che  apprende  co}i 
facilità,  indi  inizia  con  entusiasmo,  in  arabo,  le 
sue  predicazioni  nella  Chiesa  dei  Latini.  Sì  dif- 
fonde allora  in  Aleppo  la  voce  che  un  frate  fo- 
restiero j)arla  dal  pulpito  con  facondia;  tutti 
vogliono  udirlo;  si  propaga  nelP uditorio  la  fiamma 
fascinatrice,  che  accende  le  sue  parole,  e  quanti 
sono  in  città,  che  professano  il  cristianesimo  di 
rito  orientale,  accorrono  in  folla  reverenti  ad 
ascoltare  Foratore  domenicano. 

Senonchè  il  popolo  di  Aleppo  presso  il  quale 
i  Domenicani  godono  di  una  speciale  ])redilezione 
gli  dimostrò  tanta  simi)atia  che  i  Francescani  se 
ne  ingelosirono,  e  presero  a  desiderarne  la  par- 
tenza. D^  altro  canto  i)erò,  mentre  ad  essi  comin- 
ciava a  parer  i)oco  addicevole  alla  dignità  delia 
loro  Casa  che  V  eloquente  predicatore  straniero, 
con  frase  imaginosa,  con  le  attrattive  della  sua 
prestanza  fisica,  con  la   corretta  delicatezza  dei 


—  23  - 
suoi  modi,  conquidesse  gli  animi  degli  ascol- 
tatori e  —  quel  che  più  monta  —  delle  ascolta- 
trici,  al  Boetti  tornava  assai  gradita  e  quella  pia- 
cevole dimora  e  la  pronta  e  crescente  sua  repu- 
tazione. ISTon  andò  molto  tuttavia  che  egli,  in  se- 
guito a  certa  avventura  toccatagli  con  una  nobi- 
lissima donna  greco-cattolica  dimorante  in  Aleppo, 
colmato  di  doni  da  costei,  si  decise  ad  unirsi  ad 
una  carovana,  che,  dopo  due  giorni  di  cammino, 
fece  tappa  a  Beregik,  piccola  località  sulP  Eu- 
frate. 

Prima  di  abbandonare  Alei)po  egli  aveva  avuto 
cura  di  uniformarsi  alle  usanze  del  paese,  vestendo 
abiti  levantini  ;  ciò  non  ostante  P  arrivo  a  Beregik 
dVuna  carovana,  delia  quale  faceva  parte  un  eu- 
ropeo, menò  gran  rumore  in  i^aese,  tanto  che  il 
governatore  volle  il  nostro  frate  al  letto  d' una 
sua  figlia  ammalata. 

Il  Boetti,  che  ben  sapeva  come  nel  concetto 
di  quelle  popolazioni  europeo  sia  sinonimo  di 
medico,  stimò  prudente  di  non  rifiutarsi  di  jjre- 
star  P opera  sua;  si  rammentò  in  buon  punto  d^ es- 
ser stato  un  giorno,  benché  di  contraggenio,  stu- 
dente in  medicina,  e  visitata  con  sussiego  P  in- 
ferma, le  prescrisse  alcune  droghe,  che  le  reca- 
rono molto  giovamento.  Soddisfatto  poi  nel  veder 
la  giovinetta  affidata  alle  sue  cure  avviarsi  a 
guarigione,  già  si  disponeva  a  rimettersi  in 
cammino  con  la  carovana  ormai  in  assetto  di 
viaggio,  quand^  ecco  che  il  padre  di  lei  non  glie 


—  24  — 
lo  permise:  gli  forni  splendido  alberg'o,  gli  si 
mostrò  largo  d*  ogni  cortesia,  e  nel  giro  di  poche 
settimane,  essendo  la  figlia  del  tutto  risanata,  gli 
dichiarò  senz'  altro  che  volentieri  glie  V  avrebbe 
data  in  isposa  purché  egli  si  fosse  fatto  maomet- 
tano. 

Il  Boetti,  da  buon  seguace  di  Esculapio,  aveva 
curato  come  meglio  gli  era  stato  possibile  il  corpo 
della  giovinetta,  ma  non  sapeva  affatto  capaci- 
tarsi d' averle  piagato  P  animo,  ed  oppose,  in  sulle 
]»rime,  alle  proposte  nozze  un  reciso  rifiuto.  Quando 
poi  si  vide  imprigionato,  denunziato  al  Kadì  da 
taluni,  che  giuravano  aver  egli  pubblicamente  af- 
ferma todi  volersi  convertire  alla  religione  mao- 
mettana mentre  ora  se  ne  ritraeva,  ritenne  oppor- 
tuno acconciarsi  alle  circostanze  e  fingersi  pronto 
a  compiere  i  voleri  del  governatore. 

In  cuor  suo  meditava  però  un  ardito  salva- 
taggio poiché  se  prima  erasi  adattato  a  farla  da 
medico  per  forza,  punto  non  intendeva  poi  di  spin- 
gere la  sua  abnegazione  fino  a  diventar  marito 
né  per  forza  né  per  amore  e  non  vedeva  Fora  di 
saldar  questa  partita.  Liberato  dopo  nove  giorni 
di  prigionia,  rimane  ancor  qualche  tempo  in  città 
curando  gli  infermi,  che  si  pigiano  alla  sua  porta 
con  cieca  fiducia,  finché  colto  il  destro,  un  bel  dì, 
salta  in  groppa  ad  un  superbo  cavallo  arabo, 
sotto  pretesto  di  far  una  passeggiata,  e  si  lancia  a 
precipitosa  fuga:  atto  questo  audacissimo  se  si 
pensa  che  egli  s^  avventura  così  tutto  solo  senza 


—  25  — 
risorse  e  senza  un  itinerario,  in  un  paese  inospi- 
tale e  pressoché  ignoto,  spronato  dal  desiderio  di 
evitare  gii  ormai  inevitabili  lacci  coniugali. 

Ad  Antab,  dove,  come  prudenza  consiglia,  vende 
cavallo  e  bardature,  eh'  eran  ricche  e  di  pregio,  si 
nasconde  con  tanta  scaltrezza  che,  col  sussidio 
della  lingua  araba,  ch'egli  possiede  ormai  alla 
I^erfezione,  non  è  mai  scoperto.  I^on  tarda,  poco 
dopo,  a  presentarglisi  V  opportunità  di  partire 
I)er  Orfa,  ed  ecco  come  vi  riesce.  In  poveri  panni, 
camuffato  da  armeno  indigeno,  trattandosi  di 
riporre  piede  nella  città,  donde  alcuni  giorni 
prima  era  fuggito,  prende  servizio  presso  un  mu- 
lattiere che  fa  quel  tragitto,  e  ripassa,  mercè 
P  abile  travestimento,  per  Beregik  senza  destar 
sospetto  veruno.  Giunge  in  tal  modo  ad  Orfa  in 
un  momento  alquanto  torbido  per  lo  scoppio  d^  una 
insurrezione  di  giannizzeri  che  rende  pericoloso 
il  soggiorno  in  città,  e  si  trattiene  per  due  setti- 
mane nei  dintorni,  a  Garmusa,  paese  natio  di  quel 
mulattiere  col  quale,  come  or  ora  dicemmo,  s'era 
accompagnato  nel  suo  cammino. 

Questo  piccolo  villaggio  diviene  allora  teatro 
di  altra  sua  bizzarra  avventura.  Un  meriggio,  di 
canicola  grave  e  snervante,  il  nostro  frate  vuol 
cercar  refrigerio  nelle  fresche  acque  d'un  rio, 
d^una  certa  profondità,  che  lambe  i  giardini  di  Gar- 
musa. Orbene,  non  avendo  scorto  nella  campagna 
anima  viva,  si  spoglia,  scende  nella  corrente  e 
gode  del  suo  bagno  ristoratore,   senza  punto   av- 


—  26  — 
vedersi  di  due  giovinette,  figlie  del  giardiniere, 
le  quali  gli  giuocano  un  tiro  maestro.  Esse,  che 
han  seguito  di>  lontano  tutta  la  manovra^  s^  acco- 
stano al  ruscello  con  cautela  e  alla  chetichella, 
frenando  le  risa,  gli  sottraggono  i  panni  da  lui 
deposti  sulla  riva.  E  già  le  pazzerelle  s^  allonta- 
nano di  là  celeri  e  furtive,  quando,  ad  un  tratto, 
il  Boetti  s'accorge  della  beffa...  Senza  por  tempo  in 
mezzo,  balza  dalP  acqua  e  nudo  e  stillante  le  in- 
segue lungo  le  verdi  sponde  del  giardino.  Recu- 
pera così  i  suoi  abiti,  ma  non  isfugge  alle  busse 
dei  parenti  delle  fanciulle,  accorsi  alle  strida  e 
rimasti  stupiti  e  indignati  di  sorprendere  questo 
ignoto  satiro  fluviale  nelPatto  di  rincorrere  le  loro 
figliuole  in  quel  suo  adamitico  costume. 

Per  queste  e  consimili  vicende,  semi)re  piii  gli 
tarda  di  giungere  a  Mossul,  e  gli  pare  di  toccar 
il  ciel  col  dito  quando  gli  riesce  di  volgere  le 
spalle  a  Garmusa  aggregandosi  ad  una  ventina  di 
cavalieri  diretti  a  Merdin,  dove,  avendo  attraver- 
sato in  cinque  giorni  il  deserto,  è  per  breV  ora 
ospite  bene  accetto  dei  Carmelitani  Scalzi,  che 
ivi  tenevano  una  missione. 

Fornito  da  questi  buoni  confratelli  d'un  po' di 
denaro,  che  gli  Arabi  cleptomani  tosto  s' affret- 
tano a  rubargli,  dopo  altre  sette  giornate  di  cam- 
mino perviene  a  Mossul  sul  Tigri,  mèta  ultima 
del  suo  lungo  peregrinare. 


Ed  ecco,  filialmente,  il  Boetti  iniziare  la  tanto 
agognata  sua  opera  religiosa  e  umanitaria. 

Reggeva  la  Casa  delle  Missioni  di  Mossnl,  il 
padre  Lanza,  vecchio  domenicano  austero,  il  quale 
accolse  il  Boetti  con  ruvida  semplicità  e  prese  a 
tenerlo  in  conto  di  novizio.  E  poicbè  al  nostro 
frate  garbava  assai  poco  tal  trattamento,  ne  nac- 
quero frequenti  dissidi. 

Dal  canto  suo  il  Lanza,  eh'  era  ormai  sul  punto 
di  partirsene  per  Roma,  s'adoperava  invece  sin- 
ceramente con  ogni  mezzo,  per  dar  la  pratica  al 
Boetti,  che  doveva  succedergli,  affinchè  fosse  al 
corrente  della  situazione;  ma  non  riuscì  mai  a 
farlo  persuaso  del  suo  onesto  intendimento.  Il 
nostro  permaloso  missionario  non  lo  vedeva  di 
buon  occhio,  e  quando  quegli  se  ne  fu  andato,  ed 
ei  si  trovò  preposto  alla  Casa  delle  Missioni  con 
annessi  vantaggi  e  oneri,  si  lagnò  di  lui,  accu- 
sandolo di  aver  sottratto  il  fondo  di  cassa  di 
proprietà  della  Casa  stessa.  Per  amor  del  vero 
fa  d' uopo  soggiungere,  sulla  fede  del  nostro  con- 
sueto informatore,  che  il  padre  Lanza  godette 
sempre  d'  una  bella  reputazione,  e  al  suo  arrivo 
a  Roma  ebbe  cariche  onorifiche;  a  Mossili  poi 
egli  aveva  lasciato  il  Boetti  a  capo  d'una  Casa 
ben  provveduta  di  sostanze  e  bene  ordinata. 

Pervenuto  a  quel  posto  a  cui  da  tanto  tempo 
aspirava,  guadagnatasi  in  poco  tempo  la  fiducia 
del  Pascià,  che  lo  nominò  suo  medico,  padre  Boetti 
s'accinse  con  vero  slancio  alla  sua  benefica  mis- 
sione. 


—  28  — 

Ma  il  beffardo  destino,  che  par  che  spii  le  sue 
mosse  e  che  gli  consenta  qualche  buon  successo 
per  tosto  sconvolgere  i  suoi  piani,  non  gli  dà 
tregua:  dopo  sette  mesi  di  calma  gli  appresta 
nuove  tribolazioni. 

Un  turco,  colpito  da  insanabile  infermità,  ot- 
tiene d^  esser  curato  dal  nostro  missionario,  che 
fa  del  suo  meglio  per  guarirlo:  malauguratamente 
proprio  nelP  atto  in  cui  il  Boetti  gli  somministra 
un  elixir,  quegli  reclina  la  testa  e  muore.  La 
figlia  del  turco,  presente  alla  catastrofe,  terroriz- 
zata, getta  acute  grida  e  fugge  invocando  soccorso. 
La  Casa  delle  Missioni  si  riempie  ad  un  tratto 
d' una  folla  tumultuante  e  minacciosa,  che  accusa 
senz'altro  il  disgraziato  medico  di  veneficio.  Pa- 
dre Boetti  allora  si  schermisce  invano,  e  assalito 
a  furia  di  popolo,  non  ha  modo  di  addurre  valide 
scuse;  la  sua  colpa  agli  occhi  di  que' fanatici 
appare  manifesta,  provata;  tradotto^  in  carcere 
gli  si  condona,  avuto  riguardo  al  decoro  delP Or- 
dine, a  cui  appartiene,  una  i^unizione  più  grave, 
limitandogli  la  pena  a  cinquanta  colpi  di  bastone 
sulla  pianta  de'  piedi.  Gli  si  dà  quindi  lo  sfratto 
senza  concedergli  il  tempo  di  metter  insieme  le 
cose  più  necessarie:  la  sua  casa  è  abbandonata 
al  saccheggio  di  quei  forsennati. 

Al  Boetti  non  si  presenta,  in  cotal  frangente, 
altro  più  sicuro  rifugio  che  quello  di  Amadia  nel 
Kurdistan.  Ivi,  infatti,  egli  ottiene  ricetto  da 
parte  d'un  altro   missionario   del  suo   medesimo 


—  29  — 
ordine,  il  padre  Garzoni,  col  quale  però  non  potrà 
intendersela  cordialmente,  a  causa  d7  una  riva- 
lità occulta,  nata  quando  il  Boetti  era  stato  a  lui 
preferito  dal  Lanza  per  la  reggenza  della  missione 
di  Mossul.  I  segreti  rancori  non  tardano  a  farsi 
palesi;  scorsi  appena  tre  mesi  il  nostro  profugo 
già  si  trova  a  disagio  colà  ed  è  costretto  ad  ac- 
cogliere provvisoriamente,  in  Amadia,  le  benevoli 
profferte  del  principe  di  Zaku,  che  gli  offre  un 
tetto  e  gli  affida  la  Chiesa  dei  Kestoriani,  affinchè 
se  ne  valga  a  vantaggio  dei  cattolici  del  paese. 
Ma  i  cattolici  posti  sotto  la  sua  tutela  non  paiono 
a  lui  in  numero  sufficente  perchè  egli  abbia  a  restar 
ivi  con  essi,  né,  d^  altra  parte,  V  irrequietezza,  che 
ha  nel  sangue,  gli  permette  di  far  più  lunga  di- 
mora; chiama  allora  un  prete  cattolico  da  Mossuì, 
gli  cede  la  Chiesa  avuta  dal  principe,  e  preso 
congedo  da  questo  suo  protettore,  lascia  il  paese, 
cupido  di  nuove  imprese,  assillato  da  certi  suoi 
ambiziosi  disegni. 

Parte  dunque  alla  volta  della  Persia  dove  spera 
di  rintracciare  altri  missionarii  domenicani,  ma 
percorsa  quella  regione  senz^  averne  trovato  alcuno, 
egli  si  restituisce  a  malincuore  a  Zaku,  dove  è 
raggiunto  finalmente  da  un  firmano  della  Porta, 
da  tempo  da  lui  sollecitato  a  Costantinopoli  pel 
tramite  di  Poma,  col  quale  conta  di  poter  rien- 
trare senz'intoppi  a  Mossul,  come  s'era  fitto  in 
capo  fin  dalP  istante  in  cui  ne  fu  allontanato. 

Eccolo  quindi,  di  nuovo,  sulla  via  di  Mossul, 


—  30  — 
soddisfatto  di  i^oterla  spuntare  e  di  aver  modo 
di  rij)or  piede  in  qiie^  luoghi  in  barba  ai  contrari 
voleri  del  Pascià  del  sito.  Senonchè  questi,  che 
non  glie  P  aveva  ancora  perdonata,  per  rintuzzar- 
gli r  orgoglio,  manda  ad  incontrarlo  una  schiera 
di  ben  sessanta  cavalieri  con  l'ordine  perentorio 
di  impedire  il  di  lui  ritorno.  Costoro,  infatti, 
com'egli  tocca  Telkef,  essendo  ormai  a  tre  sole 
leghe  di  cammino  dalla  città,  lo  assalgono  prodi- 
toriamente, si  gettano  sulla  sua  scorta  e  in  un 
batter  d'occhio  la  sgominano,  lasciando  il  nostro 
missionario,  che  pure  si  difende  con  ardore,  sul 
terreno  crivellato  di  ferite. 

Kaccolto  dalla  pietà  di  alcuni  viandanti,  che 
lo  soccorrono  e  lo  portano  a  Pios,  villaggio  ap- 
partenente al  bey  d'Amadia,  egli  tiene  per  tre 
mesi  il  letto  e  può  di  poi  ridursi  nuovamente  ad 
Amadia,  deciso  di  restarvi  a  Jungo.  Un  caso  for- 
tunato invece  gli  permette  di  riprender  stanza 
in  Mossui.  Procacciatasi  l'amicizia  di  un  confi- 
dente di  quel  terribile  Pascià,  ottiene  per  inter- 
cessione sua  quanto  non  gli  sarebbe  stato  possi- 
bile altrimenti  e,  deposta  la  propria  attitudine 
spavalda,  rientra  in  città,  accolto  dallo  stesso  Pa- 
scià placato,  che  gli  dona,  in  segno  dell'  avvenuta 
riconciliazione,  una  ricca  e  superba  pelliccia. 

Ripristinato  così  nella  sua  carica,  il  Boetti 
subito  tenta  con  alacri  cure  di  far  risorgere  la 
Casa  delie  Missioni,  e  s' adopra  con  ogni  suo  studio 
per  renderla  prospera.  Con  molto  tatto  riesce  dap- 


—  31  — 
prima  a  destreg-giarsi  in  mezzo  a  quel  mondo 
difficile  e  malfido:  ma  con  P andar  del  tempo  il 
suo  contegno  dispotico  e  la  sua  rigida  intolleranza 
in  materia  religiosa  gli  valsero  angherie  e  accuse 
in  Mossul  e  noie  da  JRoma,  dove  P  opera  sua  veniva 
poco  benevolmente  commentata,  temendosi  che 
potesse  originare  torbidi  e  dissensioni. 

A  queste  cause,  che  contribuivano  a  rendergli 
disagiata  la  condizione  sua  di  missionario,  s'  ag- 
giunse poco  dopo  una  lotta  sorda,  ma  tenace, 
mossagli  celatamente  dai  patriarchi  orientali  di 
rito  cattolico,  che  si  sarebbero  volentieri  sbaraz- 
zati di  lui.  Bastò,  infatti,  V  episodio  seguente  a 
far  colma  la  misura. 

Il  patriarca  nestoriano  di  Mossul  aveva  in- 
viato un  suo  nipote,  suo  designato  successore,  a 
Bagdad,  perchè  facesse  la  propria  professione  di 
fede  cattolica  nelle  mani  del  vescovo,  monsignor 
Baillet,  console  di  Francia  e  medico  del  Pascià 
del  sito.  Orbene,  corie  il  neofita  fu  tornato  a 
Mossul,  il  Boetti  trovò  a  ridire  sul  modo  con  cui 
tale  professione  di  fede  era  stata  fatta,  sostenendo 
che  non  era  avvenuta  nelle  debite  forme  e  di- 
chiarandola quindi  non  valida.  Così  egli  la  ruppe 
apertamente  col  vescovo  di  Bagdad  e  dal  piccolo 
dissenso  nacque  una  discordia  grande.  Molti  si 
diedero  ad  osteggiare  il  nostro  missionario,  accu- 
sandolo di  zelo  eccessivo:  scoppiarono  dissidi  di 
varia  natura,  fomentati  anche  da  quel  padre  Gar- 
zoni, missionario  domenicano,  ora  in  Mossul  ospite 


—  32  — 
dei  iiestoriani,  che,  come  si  disse,  aveva  accolto 
il  Boetti  in  Aniadia  e  già  s' era  rivelato  suo 
antagonista  per  la  successione  a  Mossul.  A  poco 
a  poco  la  permanenza  gli  fa  resa  intollerabile  e 
poiché  egli  si  mostrava  fermo  e  risoluto,  si  ri<'orse 
alla  calunnia,  denunziandolo  con  lettere  presso 
la  Santa  Sede,  come  colpevole  di  relazioni  illecite 
con  «  la  fìlle  ainée  du  premier  seigneur  de  Mossul 
de  la  nation  nestorienne  catholique  ». 

Le  cose,  a  quanto  i)are  almeno,  stavano  invece 
in  modo  ben  diverso.  Avvistasi  costei  di  trovarsi 
in  istato  non  affatto  conforme  ai  candor  verginale 
d^una  donzella,  aveva  approfittato  della  benevo- 
lenza, che  padre  Boetti,  che  godeva  fama  di  medico, 
le  addimostrava,  per  richiedergli  il  mezzo  di  libe- 
rarsi dal  frutto  de'  suoi  colpevoli  amori,  e  poiché 
questi  aveva  opposto,  a  10  e  a'  di  lei  parenti, 
che  ciò  pure  invocavano,  un  categorico  rifiuto, 
venne  diffusa  con  sottil  i^erfidia  la  voce  che  al 
Boetti  medesimo  era  da  imputarsi  Ponta  di  aver 
abusato  delP  inesperienza  d'una  fanciulla.  Il  Pa- 
scià, sollecitamente  informato,  ordinò  P  espulsione 
<ìel  missionario  ritenuto  troppo  galante;  il  padre 
Garzoni  si  affrettò  a  far  rapporto  della  cosa  a 
Boma,  ed  al  nostro  disgraziato  Boetti  trovatosi 
involontariamente  coinvolto  in  un  romanzo  d'  a- 
more,  non  restò  altro  rimedio  che  quello  di  re- 
carsi a  Roma  a  discolparsi  delle  invereconde  ac- 
cuse. 

Ed  eccolo  per  la  Mesopotamia    e  per  la  Siria 


—  33  — 

in  viaggio  verso  Aiessandretta,  e^  con  naviglio 
francese,  a  Marsiglia.  Prima  di  proseguire  si  fa 
di  qui  precedere  da  lettere  con  le  quali  domanda 
licenza  di  presentarsi  alla  Congregazione  De  Pro- 
paganda Fide,  dicendosi  pronto  a  render  conto 
minuto  della  gestione  degli  affari  della  Missione 
di  Mossul  nonché  della  propria  privata  condotta. 

In  attesa  della  risposta,  finisce  la  «  quaran- 
tena »,  visita  la  Provenza,  e  stizzito  perchè  da 
Eoma  nulla  gli  ijerviene,  riscrive  al  cardinal 
Castelli,  capo  della  detta  Congregazione,  annun- 
ziandogli senz'altro  ch'egli  riprende  il  suo  cam- 
mino per  Roma,  seguendo  l'itinerario  Livorno - 
Firenze. 

In  quest'  ultima  città  finalmente  gli  è  dato  di 
leggere  quanto  s'  è  deciso  di  lui  :  e  cioè  eh'  egli 
sospenda  senz'  altro  il  suo  viaggio  e  faccia  ritorno 
al  suo  convento. 

Padre  Boetti  se  1'  ha  per  male.  Conosce  qua! 
sorta  di  accoglienze  sono  riservate  ai  frati  pre- 
sunti colpevoli,  essendo  allora  in  uso  nelle  con- 
fraternite gravi  pene  disciplinari,  né  a  queste 
intende  di  sottomettersi;  sollecita  di  bei  nuovo, 
ma  sempre  inutilmente  da  Roma  il  permesso  di 
potersi  difendere,  e  quando  apprende  che  la  Santa 
Congregazione  non  vuol  ingerirsi  di  siffatte  que- 
stioni, ripara  alla  natia  Piazzano,  dove  gli  è  con- 
cesso di  trascorrere  l'inverno,  esposto  alla  curio- 
sità indiscreta,  talvolta  alle  risa  dei  comi^aesani 
per  la  sua  lunga  barba  levantina. 


—  34  — 

Quotidiane,  insistenti  domande  egli  continua 
nel  frattempo  a  far  pervenire  a  Eoma,  picchiando 
sempre  sullo  stesso  chiodo.  Egli  è  convinto  che 
spetti  i)recisamente  alla  Congregazione  di  dirimere 
le  controversie  sorte  nei  luoghi  delle  Missioni, 
ed  è  persuaso  che  se  i  suoi  desideri  non  vengono 
accolti  ciò  sia  da  ascriversi  alle  mene  del  padre 
Lanza,  insediato  a  Roma,  i^otente  e  dispotico. 

Allorché  poi  comprese  che  le  vie  legali  gii 
erano  negate,  non  si  peritò  di  farsi  ribelle;  decise 
di  non  attendere  più  oltre  e  di  tornarsene  di  bel 
nuovo  in  Oriente,  per  conto  proprio,  affidandosi 
ciecamente  alla  sorte.  Questo  comunicò  senza  reti- 
cenze a  Roma,  e,  preso  il  mare  a  Genova,  sbarcò 
ad  Alessandretta. 

Ad  Aleppo  pro^^a  le  prime  avvisaglie  delle 
acerrime  ostilità,  che  gli  si  pareranno  in  seguito 
dinanzi:  è  riguardato  come  un  apostata,  fuggito 
da  tutti  come  colpito  da  scomunica.  Non  per 
questo  egli  si  perde  d^  animo;  coglie  P  occasione 
del  i^assaggio  da  Aleppo  della  carovana  del  Pa- 
scià di  Tripoli,  diretta  ad  Orfa,  oftre  i  proprii 
servigi  di  medico  e,  accolto,  ad  essa  si  aggrega. 
Cam  min  facendo  trova  modo  di  stringere  rapporti 
col  fratello  del  Pascià,  Manhed  Bey,  il  quale, 
giunti  alla  meta,  gii  fa  assegnare  le  chiese  di 
Orfa. 

Da  principio  le  cose  procedono  liscie.  Il  Boetti, 
lieto  della  sua  nuova  fortuna,  si  comporta  da 
vero   missionario   e   gusta   un   po'  di   ristoro,   ma 


—  35  — 
come  giungono  lettere  dalla  implacabile  Koma, 
che  spiegano  il  contegno  da  lui  tenuto  e  lo  tac- 
ciano di  grave  insubordinazione,  egli  si  vede  re- 
ietto dai  cattolici  e  favorito  invece,  anzi  protetto, 
dagli  scismatici,  che  lo  vorrebbero  innalzare  alla 
dignità  di  vescovo  della  loro  setta. 

Preso  così  tra  P  incudine  ed  il  martello,  il 
Boetti  riflette  sul  da  farsi.  Cova  in  fondo  alP  a- 
nimo  P  antica  brama  di  riprendere  il  suo  posto 
a  Mossul,  donde  per  ben  due  volte  e  il  destino 
e  gli  uomini  P  hanno  allontanato,  e  colà,  prima 
<li  darsi  ad  una  risoluzione  definitiva,  tasta,  x)er 
lettera,  il  terreno.  Ma  poiché  le  risposte  avute  sono 
tali  da  escludere  ogni  possibilità  d'intesa,  essen- 
dogli interdétto  in  modo  assoluto  il  ritorno,  ed 
avendo  il  Pascià  la  mala  intenzione,  ove  gli  rie- 
sca di  averlo  in  sua  balìa,  di  dannarlo  a  morte, 
non  si  perde  in  vani  indugi,  si  lascia  consacrare 
vescovo  da'  suoi  nuovi  adepti,  e  s' adopra  a  tutto 
uomo  perchè  i  Cattolici  ed  i  Giacobiti,  che  gli 
tributano  reverenza,  abbiano  a  fondersi  in  un'  u- 
nica  comunità  religiosa. 

Vescovo,  adunque,  dei  Giacobiti  di  Orfa,  se- 
gretario e  tesoriere  del  Pascià,  che  gli  accorda 
tutta  la  sua  fiducia,  tenendolo  per  uomo  di  sin- 
golare avvedutezza  e  di  molto  buon  senso,  il 
Boetti  non  si  cruccia  troi)po  del  futuro  e  s' ap- 
paga del  bene  presente:  le  molte  e  varie  espe- 
rienze della  vita,  gli  hanno  insegnato  a  non 
stupirsi  af/atto   se,  dopo  tanta  ira  di   cielo,  ride 


—  oh  — 
ora  sul  suo  capo  un  po'  d' azzurro.  Dolce  di  modi, 
Xironto  ad  accorrere  al  capezzale  degli  infermi, 
per  certa  abilità  nel  farla  da  medico  ormai  acqui- 
sita colla  pratica,  ed  egualmente  sollecito  a  recar 
conforti  morali  alle  coscienze  timorate,  sollevan- 
dole dai  dubbi  col  fascino  d' una  calda  parola  di 
fede,  8;  poco  a  poco  egli  diviene  in  Orfa  caro  a 
tutti,  diventa  V  arbitro  d' ogni  contesa,  è  quale 
nelle  sue  speranze  antiche  s'  era  foggiato,  dispen- 
satore di  pace. 

Ma  veglia  pur  sempre  sul  suo  capo  la  sua 
stella  maligna:  un  rovescio  di  fortuna  lo  resti 
tuisce  d^  un  tratto  alla  consueta  vita  randagia.  Il 
giorno  cioè  in  cui  il  Pascià,  suo  protettore  scade 
dal  suo  prestigio  ed  è  d'  ordine  della  Porta  arre- 
stato e  rincliiuso  nel  castello  di  Sivàs  in  Armenia, 
ed  i  suoi  seguaci  sono  sbandati,  il  Boetti  deve 
cercarsi  un  piìi  sicuro  asilo. 

Volge  per  un  momento  il  pensiero  a  Mossul, 
cedendo  alla  lusinga  degli  antichi  ricordi  incan- 
cellabili, ma  presto  muta  consiglio.  Da  Merdin, 
dove  piti  non  trova  i  due  confratelli  carmelitani, 
che  lo  avevano  altra  volta  ospitato,  —  li  aveva 
portati  via  la  peste,  che  infieriva  nella  Mesopo 
tamia  —  delibera  di  andar  a  Costantinopoli,  nella 
speranza  di  x^oter  ivi  saldare  la  sua  partita  per 
intromissione  delP  ambasciatore  di  Francia  e  del 
vescovo  latino.  Ed  infatti  lasciata  Merdin,  per  la 
via  di  Diarbekir,  rientra  in  Aleppo,  si  spinge  ad 
Alessandretta,  e  per  terra,  fino  ad  Alessandria,  indi 


—  37  — 
su  vascello  inglese  a,  Costantinopoli,  accoltovi  fe- 
stosamente dalF  ambasciatore  di  Francia,  protet- 
tore dei  missionarii,  dal  vescovo  latino,  dal  Con- 
sole sardo,  che  sposa  la  causa  del  suo  connazio- 
nale, dai  suoi  domenicani,  da  molti  protettori 
insomma,  i  quali  scrissero  a  Roma  interponendosi 
in  suo  favore. 

Eoma,  però,  è  inesorabile.  Per  tutta  risposta 
ingiunge  al  Boetti  di  rientrare  in  convento;  vuole 
insomma  la  sottomissione  del  fiero  e  riottoso  mis- 
sionario. E  allora  questi  con  V  animo  traboccante 
di  sdegno,  dopo  aver  dimorato  per  ben  ventotto 
mesi  a  Costantinopoli,  e  non  già  a  Pera  e  a  Ca- 
lata, ma  in  una  piccola  casa  a  Jenni-Kan,  impie- 
gando utilmente  il  suo  tempo  nelP  apprendimento 
della  lingua  turca  e  della  j)ersiana,  studio  per  lui 
non  molto  arduo  per  certa  facoltà  poliglotta,  che 
era  una  delle  caratteristiche  del  suo  versatile 
ingegno,  prende  la  decisione  di  rendersi  del  tutto 
indipendente  da  ogni  autorità,  e  già  va  mulinando 
fra  se  disegni  strani  e  grandiosi. 

Fa  d^uopo  soggiungere  che  durante  la  sua  pro- 
lungata permanenza  a  Costantinopoli,  egli  aveva, 
sotto  il  nome  di  Pafflis,  esercitata  la  medicina, 
acquistandosi  con  quella  sua  destrezza  empirica, 
che  teneva  in  lui  luogo  di  scienza  profonda,  in 
breve  volger  di  tempo  numerosa  clientela  e  larga 
nomea;  ne  gli  era  mancato  pur  anche  la  solita 
avventura  erotica,  che  gli  fruttò  oggetti  preziosi 
del  valore  di   molte   piastre  in   ricompensa  del- 


—  ;]8  — 
P affetto  eh'  egli  aveva  prodigato  durante  l'assenza 
del  di  lei  consorte  alla  bella  e  ricca  moglie  d^  un 
Oapigi-pascià,  vale  a  dire  di  un  ciambellano  della 
Porta,  che  s^era  invagliita  di  lui. 

Orbene,  questo  nostro  medico,  eli  e  risana  i 
corpi  e  ferisce  i  cuori,  com^  ebbe  accumulato  con 
la  sua  arte  un  discreto  peculio  e  V  ebbe  impin- 
guato con  i  donativi  di  quella  sua  amorevolissima 
cliente  e  con  i  guadagni  fatti  nella  casa  del  lasgir 
Effendi,  cioè  del  segretario  del  sultano  Mustafà, 
ove  prestò  servizio  in  qualità  di  chimico,  credette 
giunto  il  momento  opportuno  di  dar  corso  a^  suoi 
progetti  e,  lasciata  Costantinopoli,  toccò  Trebi- 
sonda.  Quivi,  entrato  in  rapporti  col  pascià  Haggi- 
Hali,  ha  con  lui  segreti  conciliaboli,  indi  sotto 
spoglie  armene  visita  la  Georgia  e  la  Persia,  os- 
servando attentamente  quanto  può  tornargli  utile. 
Trovandosi  di  poi  a  Bassora,  di  là,  per  la  via  del 
deserto,  perviene  a  Damasco  in  Siria,  dove  con- 
tinua le  sue  indagini  tecniche  ed  eseguisce  im- 
portanti rilievi.  Senonchè,  sori>reso  a  tracciare 
sul  suo  taccuino  il  piano  della  città,  è  arrestato 
come  spione  russo  e  condotto  a  Costantinopoli: 
egli,  allora,  si  dichiara  armeno  di  Persia  e  ottiene 
che  gli  si  presti  fede  sborsando  un  po^  di  denaro, 
argomento  questo  che  fu  forse  il  ]>iri  persuasivo 
di  quanti  ei  potesse  recare  a  propria  discolpa; 
così  gli  fu  concesso  di  andarsene  per  i  fatti  suoi. 

Quest'  ultima  contrarietà  scuote  V  animo  del 
Boetti,  che  si  ripiega  pensoso  su  se  stesso.  Si  vede 


—  39  — 
circondato  da  pericoli,  in  luoghi  inospitali,  tor- 
mentato di  continuo  da  insani  pensieri,  che  lo 
spingono  ai  più  temerari  propositi.  Un  desiderio 
di  quiete  gli  invade  V  animo,  prostrato  dalla  stan- 
chezza di  quella  nomade  esistenza  senza  pace,  e 
a  poco  a  poco  gli  rinascono  in  cuore  le  antiche 
aspirazioni  alla  tranquilla  vita  religiosa.  Non  va- 
gheggia in  verità  i  silenzi  della  clausura,  alla 
quale,  per  mala  esperienza,  si  conosce  disadatto; 
ma  se  P  inflessibile  regola  gli  tornerebbe  gravosa, 
egli  comprende  quanto  buon  lenimento  sarebbe 
invece  al  suo  spirito  travagliato  il  conforto  d'una 
fede  salda. 

Pertanto,  volendo  conciliare  le  mistiche  ten- 
denze delP animo,  risorto  agli  entusiasmi  sì  a  lungo 
obliati,  con  le  irruenze  della  propria  natura  as- 
setata di  libertà,  ferma  il  proposito  di  farsi  prete 
secolare.  Gli  sorride  P  idea  di  presentarsi  a  Eoma, 
di  espiare  ogni  sua  passata  colpa,  di  rinnovare 
i  voti  d'  obbedienza  a'  suoi  superiori...  Questa  spe 
ranza  lo  rianima,  lo  infiamma,  egli  lascia  Costan- 
tinopoli, e,  per  la  via  di  Smirne,  dopo  varie  pe- 
regrinazioni, prende  la  rotta  di  Livorno,  e  sbar- 
catovi, vestito  de'  suoi  abiti  levantini,  si  reca  a 
Roma. 

Appena  pone  piede  nella  città  eterna,  sente  il 
bisogno  di  correre  a  prostrarsi  al  soglio  pontifìcio; 
il  suo  desiderio  è  presto  appagato.  Egli  è  intro- 
dotto davanti  al  Papa,  Pio  VI  Braschi,  e  già  sta 
per  aprirgli  tutto  P  animo  suo,  già   si   dispone   a 


—  M)  — 
far  piena  auimenda  dei  ju-oprii  trascorsi  quando 
assalito  da  scrupoli  improvvisi,  invaso  dal  panico 
per  le  punizioni  certe  che  gli  sovrastano,  distolto 
da  fieri  disdegni  tituba,  si  turba,  tace....  Il  nostro 
penitente  ha  mutato  parere  di  botto,  non  si  sco- 
pre, nulla  confessa,  lascia  Roma,  se  ne  va  col 
cuore  in  tumulto,  repentinamente,  allontanandosi 
nella  direzione  di  I^apoli. 

Eccolo  quindi  durante  cinque  mesi  a  I^apoli; 
di  poi  di  nuovo  a  Roma,  dove  taluni  suoi  protet- 
tori avevano  intercesso,  sempre  invano,  una  parola 
benevola  per  lui;  in  seguito  a  Trieste,  a  Vienna, 
sempre  implorante  da  jìresso  o  da  lontano,  per 
bocca  di  amici,  quel  perdono,  che  il  suo  orgoglio 
gli  aveva  impedito  di  invocare  mentre  trova  vasi  ai 
]nedi  del  pontefice.  A  Vienna,  finalmente,  lo  rag- 
giunge una  lettera  del  Generale  dei  Domenicani, 
che  però,  more  solito^  premesso  il  condono  di  tutti 
i  suoi  peccati,  gli  impone  di  rientrare  in  un  con- 
vento del  suo  Ordine. 

Siamo  nel  1782.  La  proposta,  rifiutata  altra 
volta  con  isprezzo,  è  invece  ora  accolta  dal  nostro 
frate  senza  esitazione.  Subito  egli  si  procura  una 
tonaca  e  si  presenta  al  sui^eriore  del  convento 
piti  prossimo  e  a  lui  tutto  si  confessa.  Scorso 
qualche  tempo  lo  riassalgono  le  trepidazioni  e  le 
ansie:  teme  dUm  tratto  che  i  suoi  confratelli  si 
dispongano  ad  infliggergli  severe  punizioni  per  am- 
menda de^suoi  vecchi  falli  e  decide  di  rimpatriare, 
accarezzando  ancora  una  volta  il  disegno  di  farsi 
prete  secolare. 


—  il  — 

Lasciata  Vienna,  rientrato  in  Italia,  anzi  nel 
suo  Piemonte,  ed  aperteglisi  quivi  le  porte  di  un 
convento  di  Trino,  i)iccola  città  della  pianura  pa- 
dana, sita  a  mezza  strada  tra  Vercelli  e  Casale, 
e  poco  discosta  dal  suo  natio  borgo  monferrino, 
e^li,  come  già  ai  tempi  del  noviziato,  si  mostra  frate 
modello  per  il  fervore  con  cui  si  dedica  alle  pra- 
tiche religiose.  Durante  questo  periodo  ha  la  ven- 
tura di  esser  presentato  al  ministro  del  re  di  Sar- 
degna e  ottiene  udienza  dal  re  medesimo  Vittorio 
Amedeo  III,  per  il  quale  eseguisce  incarichi  di 
C|ualche  rilievo,  senza  però  ritenersene  bastevol- 
mente  ricompensato.  Di  tali  autorevolissime  pro- 
tezioni sa  valersi  per  le  sue  perpetue  richieste  a 
Roma,  presso  la  Santa  Sede,  perchè  gii  sia  con- 
cessa licenza  di  convertirsi  in  prete  secolare,  ma 
V  esito  è  del  tutto  negativo.  Le  risposte  anzi 
sono  sì  poco  lusinghiere,  che  re  e  ministro  gli 
voltano  le  spalle. 

Ed  egli  allora,  composto  in  forzata  rassegna- 
zione lo  spirito  maldomo,  piegato  P  animo  ad 
aperta  rinunzia  d'  ogni  sua  aspirazione,  segue  la 
regola  monastica  conducendo  i  suoi  giorni  in  quel 
vasto  convento  che,  illeggiadrito  dalla  contigua 
artistica  chiesa  di  S.  Domenico,  sorge  alF  estre- 
mità di  Trino  verso  porta  Casale,  lungo  la  vasta 
strada,  che  scendendo  dalle  grandi  Alpi,  iìan- 
oheggia  il  corso  del  Po,  fluente  ai  piedi  delle 
ondulate  colline  del  Monferrato. 


—  41 


Se  a  questo  punto  si  dovesse  interrompere  per 
mancanza  di  testimonianze  il  racconto  della  vita 
del  padre  G.  B.  Boetti,  potrebbe  forse  ad  alcuno 
parer  compiuta,  con  un  ritorno  alle  i)enombre  del 
chiostro,  la  storia  delle  peregrinazioni,  di  cotesto 
lìgliuol  prodigo  della  Chiesa. 

Ben  altrimenti  agitata  sarà  invece  d'  ora  in  poi 
V  esistenza  del  nostro  inquieto  frate  mon ferrino,  e 
mentre  qui  hanno  termine  le  xn-ivate  vicende  del 
missionario  errante,  s^  iniziano  quelle  pubbliche, 
o  per  dir  meglio,  politiche,  le  quali  cingeranno 
il  suo  nome  d^  una  assai  più  larga  rinomanza. 

Nel  silenzio  della  piccola  cella,  egli,  obliando 
il  passato  avventuroso,  si  dà  alla  preghiera  devo- 
tamente; ma  non  appena  sale  sul  pulpito,  Fumile 
monaco  si  trasforma  e  nella  foga  del  dire  si  ab- 
bandona alP impeto  de^suoi  pensieri,  oltrepassando 
talvolta  i  limiti  imposti  alP  eloquenza  sacra.  Ac- 
cadde un  giorno  che,  predicando  egli  davanti  ad 
un  folto  pubblico,  fu  invaso  da  una  febbrile  esal- 
tazione. Ed  ecco  che  d^  un  tratto  scorda  il  Santo 
ed  il  suo  panegirico  e  in  un  linguaggio  iperbolico, 
con  potenza  fascinatrice  di  imagini,  fa  sfoggio 
delle  mille  e  disparate  cognizioni  esotiche  accu- 
mulate in  tanti  anni  di  viaggi  in  paesi  strani  e 
diversi,  narra,  acceso  in  volto,  contorcendosi  e 
dimenandosi,  del  lontano  Oriente,  evoca  quegli 
incantevoli  paesaggi,  gli  orizzonti  sconfinati  del 
deserto,  gli  infocati  tramonti  pieni  di  misteriose 


—  43  — 
attrattive,    con   x>arola   ardente,   inspirata   a  pro- 
fondo sensualismo. 

Gli  ascoltatori  più  stupiti  della  novità  del 
caso,  elle  non  commossi  dalle  bizzarre  divagazioni 
del  frate,  lo  guardano  interdetti;  ma  quando  egli 
scende  dal  pergamo  gli  si  fa  incontro  un  superiore 
e  severamente  lo  redarguisce,  osservandogli  che 
la  sua  predica  sapit  lia'resim,  sa  di  eresia. 

Non  V  avesse  mai  fatto  ! 

Il  Boetti  ancora  fremente  per  V  orazione  pro- 
nunciata, perde  i  lumi,  si  getta  addosso  al  padre 
priore'e  l'avrebbe  forse  lasciato  malconcio,  se  non 
si  fossero  interposti  i  fedeli  sopravvenuti.  Natu- 
ralmente dopo  una  cotale  sfuriata,  egli  non  può 
più  restarsene  tra  quei  suoi  pacifici  e  docili  con- 
fratelli, e  cadutigli  dUm  tratto  dalP  animo  i  buoni 
propositi,  volge  di  nuovo  la  mente  a'  suoi  pro- 
getti antichi  ^ . 

Vista  cioè  tramontare  ogni  speranza  di  con- 
senso papale,  fatto  invano  un  tentativo  di  acco- 
starsi ai  suoi,  che  lo  vilipesero  e  lo  scacciarono 
dal  tetto  paterno,  presa  la  risoluzione  decisiva  di 
affrancarsi  da  ogni  legame  di  sorta,  significò  con 
lettera  energica  a  Roma  che,  non  accordandoglisi 
facoltà  di  sbarazzarsi  della  tonaca  fratesca,  egli 
se  ne  spogliava  da  sé  e  sceglieva  liberamente  la 
sua  strada. 

Inizia  così  una  nuova  e  più  singolare  odissea 
come  nostalgico  viatore  che  vada  senza  riposo 
verso  un  miraggio  lontano,  verso  una  vagheg- 
giata Itaca  misteriosa. 


—     4:4     — 

Abbandona  adunque  in  sui  primi  del  1783,  dopo 
poco  pili  d^  un  anno  di  residenza,  Trino,  e  imbar- 
catosi a  Nizza,  tocca  Alicante,  in  Spagna  ;  da  Ca- 
dice veleggia  per  P  Inghilterra,  vi  sosta  una  quin- 
dicina di  giorni,  indi  con  V  intento  di  conoscere 
città,  di  visitar  arsenali,  di  trattar  cautamente 
grosse  compere  d^  armi,  di  stringere  segreti  ac- 
cordi, di  trovare  larghe  aderenze,  che  in  seguito 
gli  saranno  necessarie,  per  Amburgo,  perviene  a 
Pietroburgo.  Di  qui  con  un^  ostinazione,  che  può 
parer  strana  in  un  uomo  sì  poco  uso  alle  umili 
preghiere,  travagliato  in  cuore  dalle  ultime  rilut- 
tanze, prima  di  tagliar  dietro  le  i)roprie  spalle 
tutti  i  ponti,  rinnova  ancor  una  volta  le  sue  sup- 
pliche a  Roma,  lancia  da  quelP  estrema  terra  un 
ultimo  disperato  appello,  che  risuona  senz'  echi  e 
si  spegne....  Dopo  quattro  mesi  di  vana  attesa  egli 
si  ritrova  piìi  saldo  che  mai  ne^  suoi  convinci- 
menti, senza  rimorsi,  come  chi  ha  esperimentate 
tutte  le  prove,  che  era  in  poter  suo  di  tentare. 

In  Russia  però  non  trova  nel  1784  valido  ap- 
poggio. Il  principe  di  Potemkin  non  gli  si  mostra 
troppo  pronto  a  favorirlo  ed  egli  prosegue  il  suo 
giro  di  occulte  perlustrazioni.  Tocca  Mosca,  tra- 
versa i  governi  di  Kasan  e  Astracan,  rientra  in 
Persia,  la  percorre  e  per  la  Georgia  e  la  Crimea 
rivede  Costantinopoli,  donde  si  porta  in  Polonia 
e  da  ultimo  dopo  molte  perplessità  si  ristabilisce 
a  Costantinopoli. 

Questa  è  pur  sempre  la  città  che  lo  affascina 


—  45  — 
e  dalla  quale,  come  falena  cke  volteggia  intorno  al 
lume,  egli  fatalmente  si  sente  adescato.  Abita, 
intanto,  a  Scutari  presso  un  ricco  negoziante  i^er- 
siano,  raramente  s'indugia  nei  sobborghi  di  Pera 
è  di  Galata,  né  mai  si  mostra  in  pubblico  senza 
assumere  atteggiamento  di  i)ersona  pensosa  e  j)reoc- 
cupata. 

Doi30  una  scomx^arsa  improvvisa  ed  una  pro- 
lungata assenza  di  sei  mesi,  riappare,  guardato 
da  tutti  come  un  redivivo.  Di  lui  si  sussurrano 
notizie  fantastiche  e  fra  P  altro  corre  voce  che 
abbia  speso  una  forte  somma  nell-  acquisto  di 
munizioni  e  di  armi,  accumulate  alla  chetichella, 
per  il  Mar  I^ero,  a  Sinope. 

Un  bel  giorno  del  gennaio  del  17S5  si  allon- 
tana da  Oostantinoj)oli  con  una  carovana  diretta 
ad  Erzerum,  capitale  delP  Armenia,  seguito  da 
tre  europei  attratti  a  sé  con  denaro,  avendo  pure 
a  compagno  il  ricco  negoziante  persiano,  già  suo 
ospite  ^  Pervenuti  ad  Erzerum,  il  Jiegoziante 
parte  per  Bagdad,  i  tre  europei  seguono  ad  una 
certa  distanza  il  Boetti,  il  quale  riposto  piede  in 
Persia  la  percorre  in  lungo  e  in  largo,  e  indi  fìssa 
sua  stanza  in  Amadia  nel  Kurdistan,  ove,  appi- 
gionata una  casa,  si  tappa  dentro,  né  vi  esce  per 
lo  spazio  di  ben  novantasei  giorni. 

Ma  dietro  a  quale  fulgida  Morgana  corre  que- 
sta uomo  taciturno,  che  insegue  la  fuggevole  for- 
tuna con  costanza  sì  tenace  come  se  fosse  in  lui 
assoluta  la  fede  di  doverla  o  presto  o  poi  rag- 
giungere ? 


—  40  — 

I  suoi  atti  ci  svelano  V  esistenza  nel  suo  spi- 
rito cV  una  crisi  nata  dal  contrasto  tra  le  sue  aspi- 
razioni religiose  e  un'  insaziata,  petulante  smania 
di  predominio:  orbene,  le  vicende  della  sua  no- 
made vita  paiono  create  apposta  per  acuire,  nonché 
risolvere,  cotesto  suo  tormentoso  travaglio  inte- 
riore. 

Durante  la  sua  volontaria  clausura,  il  suo  pro- 
posito si  concreta,  i  suoi  disegni  fluttuanti  si  fis- 
sano, ed  il  missionario  reietto,  il  penitente,  clie 
Eoma  respinge,  delibera  di  proclamarsi  Profeta 
inviato  dal  Cielo  a  riformare  gli  abusi  introdotti 
nelP  osservanza  della  religione  mussulmana. 

Inaudita  e  fantastica  intrapresa  questa  e  tale 
da  parer  pur  anche  ridicola  e  ingenua  a  chi  sia 
poco  esperto  della  suggestione  che  possono  eser- 
citare sovra  certe  popolazioni  facili  ad  esaltarsi  le 
accese  predicazioni  religiose.  Ardita  sì,  ma  attua- 
bile la  ritiene  invece  il  frate  sagace  e  piiì  se  ne 
persuade  quando  riesce  con  molta  accortezza  a  ta- 
stare gli  animi.  Sa  delle  lingue  orientali  quanto 
basta  al  suo  bisogno,  conosce  a  meraviglia  luoghi, 
costumi,  tendenze  di  quei  popoli,  è  fornito  di  lar- 
ghe relazioni  personali  e  vede  spianarglisi  dinanzi 
la  strada,  che  s'appresta  audacemente  a  percor- 
rere sicuro  della  sua  mèta. 

Spirato,  pertanto,  questo  primo  periodo  di 
pensose  meditazioni,  il  Boetti  esce  per  le  vie  di 
Amadia  mostrandosi  franco,  ilare,  sereno.  A  detta 
di  un  suo  biografo  «  egli  si  fa.  radere  i  capelli  e 


—  47  — 
lascia  1111  cocuzzolo  sui  capo,  ove  lo  prenderà  Mao- 
ìuetto  quando  vorrà  trasportarlo  in  cielo.  Mette 
sul  capo  un  turbante  verde,  che  è  segnale  esser 
egli  parente  dei  gran  Profeta.  Indossa  un  gella- 
Meh  di  lana  bianca,  con  due  servai  amplissimi, 
chiusi  al  fianco  con  un  cordone,  chiamato  diMeh; 
mette  ai  piedi  due  merhàb^  ossia  scarpe  gialle»^. 
Usa  da  prima  moderazione  di  atti  e  di  parole  :  una 
calma  solenne  è  dipinta  sul  suo  volto,  una  ]3ace 
ieratica  è  nei  suoi  discorsi  vibranti  sempre  d' una 
solenne  intonazione  profetica.  Egli  ragiona  di 
continuo  delle  cose  celesti,  del  culto  divino,  degli 
abusi  che  sono  venuti  insinuandosi  nella  religione 
maomettana  ;  ripete  con  amarezza  che  il  suo  cuore 
è  contristato  dallo  spettacolo  miserando  offerto 
dai  mussulmani  piombati  in  cosiffatti  errori,  con- 
clude che  per  questo  appunto  egli  s'è  mosso,  coi 
favor  del  Cielo,  a  riscattarli. 

Di  poi,  quando  le  sue  parole  cominciano  a  far 
breccia,  assume  un  contegno  piìi  reciso,  ed  osten- 
tando j)rofonda  commozione  dà  a  mezzo  d'una 
parlata  in  lacrime,  quasi  si  sentisse  sferzato  da 
interne  torture,  freme,  si  dibatte,  si  contorce  nel- 
V  angoscia  e  dichiara  di  non  poter  più  a  lungo 
tollerare  che  P  Onnipotente  sia  in  sì  mal  modo 
adorato. 

Riuscì  con  quest'espediente  a  destare  l'atten- 
zione del  pubblico  né  andò  guari  che  la  sua  tat- 
tica trionfò:  lo  si  guardava  da  principio  con 
strana  meraviglia,   indi    con    interesse    vivo,   pa- 


—  4S  — 

vendo  veramente  degno  di  considerazione  un  uomo 
die  tanto  si  angustiava  per  le  afflizioni  del  suo 
prossimo;  da  ultimo  si  tini  eoi  prestargli  cieca 
fiducia.  I  protettori,  gli  amici,  i  curiosi,  quella 
tal  folla  amorfa,  che  sbuca  da  ogni  banda  non  ap- 
l)ena  v^  ha  sentore  di  novità  ed  è  sempre  pronta 
a  gettarsi  a  capofitto  nelle  imprese  più  temerarie, 
formarono  il  primo  nucleo  de'  suoi  seguaci;  accoz- 
zaglia eterogenea  di  gente,  per  la  maggior  parte 
di  tartari  e  di  circassi,  che  credula  alle  sue  pre- 
dicazioni j)rese  a  spargere  la  notizia  delP  avvento 
di  un  divino  Profeta. 

A  consolidare  la  sùbita  fama  del  nostro  abi- 
lissimo ciurmatore,  giungono  in  buon  punto  talune 
sue  ben  riuscite  esperienze  fìsiche,  che  egli  compie 
con  tutta  semplicità,  con  stupefacente  disinvol- 
tura; viene  poi  a  dar  F  ultimo  colpo  a  quanti 
ancora  dubitavano  di  lui  e  delle  sue  dottrine  il 
seguente  notevole  episodio. 

Richiesto  dal  Ean  di  Amadia,  desideroso  di 
vedere  da  vicino  e  di  muovere  alcune  domande 
alP  uomo,  che  da  qualche  tempo  mena  in  città 
tanto  rumore,  il  Boetti  non  esita  a  presentarsi  a 
lui  e  gli  risponde  con  tanta  franchezza  e  con  pa- 
role sì  persuasive  —  apparse  forse  tali  appunto 
perchè  poco  comprensibili  —  che  il  Kan  lo  guarda 
attonito  e  confuso,  si  convince  di  trovarsi  ve- 
ramente in  presenza  d'  un  uomo  degno  di  vene- 
razione; e  poiché  il  nostro  Profeta  matricolato 
osa   con   mano   ferma  e  con  sicuro  viso  afferrare 


—  49  — 
un  tizzone  ardente  mostrando  di  poi  la  palma 
sulla  quale  non  è  rimasta  traccia  alcuna  di  scot- 
tatui-e,  egli  esprime  senza  ritegno  il  suo  avviso 
dichiarandolo  vero  e  proprio  emissario  divino. 
Poco  dopo,  avendogli  il  Kan  donato  dieci  monete 
d'argento,  il  neo-profeta  le  riceve  con  sorriso  di 
scherno,  le  getta  tra  le  fiamme,  si  protende  sul 
braciere,  mormora  inintelligibili  parole,  indi  si 
rialza  dichiarando  che  P  Onnipotente  non  ha  bi- 
sogno di  denaro  per  far  valere  i  suoi  diritti  sulla 
terra  e  si  allontana  senza  aggiunger  verbo,  e 
senza  cedere  alle  reiterate  istanze  dei  presenti, 
i  quali  vorrebbero  ch'egli  portasse  con  sé  le  mo- 
nete avute  in  dono. 

Quasi  ciò  non  bastasse,  seguì  alla  sua  partenza 
una  specie  di  miracolo.  Kon  appena  egli  fu  uscito, 
si  rinvennero  nel  fuoco  monete  d'oro  in  luogo  di 
quelle  d'  argento.  Subito  si  fece  ricerca  del  Pro- 
feta, ma  il  nostro  mistificatore  aveva  già  saputo 
rendersi  irreperibile,  fornendo  così  al  poi)olo  che 
già  cominciava  a  tenerlo  in  concetto  di  santo,  una 
prova  mirabolante  della  propria  natura  profetica. 

Manco  a  dirsi  egli,  come  s' avvide  d' aver  buon 
giuoco,  moltiplicò  tali  trucchi  con  destrezza  pari 
alP  audacia,  scegliendo  con  pronto  intuito  le  oc- 
casioni propizie.  Ecco  ad  esempio  che  un  giorno, 
standosene  a  pie  d'un  piccolo  albero  sur  una 
piazza  d'Amadia,  prese  a  parlare  al  popolo,  e  a 
poco  a  poco  infervorandosi,  compì  straordinarie 
rivelazioni.  Disse,  fra  V  altro,  che  essendo  fiacca  la 


—  50  — 
fede  cbe  si  riponeva  in  lui,  egii  sarebbe,  col  fa- 
vor di  Dio,  sparito  dalla  presenza  di  tutti  gli 
astanti,  senza  dar  ad  essi  il  tempo  di  avvedersene. 
jS"acque  allora  fra  auditorio  grave  tumulto:  fu 
deciso  di  vigilare  giorno  e  notte  la  sua  casa,  per 
impedire  che  egli  scomparisse  per  davvero;  ma 
ogni  custodia  fu  vana  poiché  al  mattino  seguente 
si  dovette  constatare,  tra  le  piìi  alte  grida  di 
stupore  e  di  dolore,  che  il  Profeta  non  c^  era  piti, 
né  tornò  possibile  trovare  di  lui  la  benché  minima 
orma. 

Qual  fosse  il  recondito  modo  praticato  da  quel 
nostro  allucinatore  di  folle,  non  ci  é  dato  svelare: 
certo  é  che  i)er  farla  in  barba  alle  scoite  mao- 
mettane non  gli  dovette  mancare  persona  fidata, 
che  gli  obbedisse  ciecamente,  prestandogli  mano 
nelle  sue  temerarie  manovre. 

vSappiamo  invece  che  dopo  poco  più  d^  un  mese 
egli  trovavasi  a  Trebisonda,  dove  ebbe  lunghe 
conferenze  col  Pascià,  e,  in  seguito,  a  Gumus 
Kana,  grosso  borgo  armeno,  donde,  in  groppa  ad 
un  asino,  si  restituì  al  suo  prediletto  villaggio 
persiano,  accoltovi  con  grandissime  manifestazioni 
di  giubilo. 

Il  nostro  in-ofeta,  assorto  ne'  suoi  piani,  si  mo- 
stra incurante  dei  festosi  rumori  della  turba  ec- 
citata :  sa  alternare  alP  eloquenza  delle  predica- 
zioni la  suggestione  i)rofonda  del  silenzio.  Final- 
mente, trascorsi  otto  giorni  in  ostinato  mutismo, 
iV  un  tratto  si  svela,  si  proclama  riformatore  re- 


_  51  — 
ligioso,   bandisce   lo  scopo  della  sua   divina  mis- 
sione, annunzia  ormai  maturi  gli  eventi. 

Le  audacie  velate  di  mistero,  lianno  sempre 
una  forte  presa  sulle  turbe:  questi  suoi  modi  inu- 
sati gli  procacciano  infatti  numerosi  aderenti.  C^  è 
perfino  un  danaroso  signore  del  paese,  che  gli 
offre  in  segno  d'  omaggio  la  propria  figliuola  in 
isposa,  ma  egli  prudentemente  la  rifiuta,  limitan- 
dosi, secondo  il  solito,  ad  accettarne  le  sostanze. 

Ricco  così  di  fedeli  e  di  quattrini,  spiega  al 
vento  lo  stendardo  di  guerra  e  proclamando  di  voler 
instaurare  una  radicale  riforma  della  religione, 
annunzia  con  altezzosa  spavalderia  cLe  marcia 
su  Costantinopoli  per  porre  su  quel  trono  un  i^rin- 
cipe  fedele  osservatore  della  legge  umana  e  divina. 

Sceglie  pertanto,  con  occhio  esperto,  tra  il  co- 
dazzo dei  sfeguaci,  novantasette  uomini  dal  cuore 
intrepido,  e  con  questa  Compagnia  della  Morte 
si  accampa  al  confine  ottomano,  sbaraglia  qual- 
che agà^  che  gli  si  fa  incontro,  e  si  inoltra  in  ter- 
ritorio turco.  Dopo  meno  d^  un  mese  dalla  sua  par- 
tenza da  Amadia,  un  bel  giorno  passa  in  rassegna 
i  suoi  uomini,  ai  quali  sono  venuti  di  continuo  ag- 
gregandosi molti  soldati  raccogliticci;  con  essi, 
che  assommano  a  2742,  egli  è  in  grado  di  infliggere 
piena  sconfitta  al  governatore  di  Akeska,  uscito 
con  tutte  le  forze  di  cui  dispone  a  combatterlo. 
Respinta  così  P improvvisa  sortita  dei  nemici,  il 
nostro  Profeta  coglie  subito  il  destro  di  questo 
felice  battesimo  del  fuoco,  per  assumere  il  titolo 


—  52  — 
di   Mansùr,   vocabolo   che   nella   lingua    dei    suoi 
fanatici  proseliti  equivale  a  Vittorioso. 

Il  profeta  Mansrir  ha  così  aggiunto  alla  sua 
fama  di  restauratore  religioso  quella  di  guerriero 
invitto:  le  sue  file  vanno  ingrossando  di  giorno 
in  giorno,  ed  egli  vede  accogliersi  a  poco  a  poco 
sotto  le  sue  bandiere  un  intero  esercito. 

Tuttavia,  non  ostante  le  vive  sollecitazioni  dei 
suoi,  stima  prudente  di  non  entrare  in  Akeska; 
piega  invece  su  Erzerum,  costringendo  questa 
città  a  pagargli  un  tributo  di  guerra.  Quando  poi 
vede  che  le  sue  schiere  contano  ben  37  mila  uo- 
mini, elisegli  tiene  in  freno  con  potere  suggestivo 
e  con  autorità  dispotica,  e  mantiene  in  armi  con 
incessanti  esercitazioni,  stabilisce  di  penetrare 
nella  Georgia,  dove,  sotto  il  protettorato  della 
Russia  (trattato  di  Kainargé,  1774)  regna  il  prin- 
cipe Eraclio.  Costui,  di  fronte  alP  inattesa  irru- 
zione di  queste  orde  infiammate  di  bellico  furore 
dalle  parole  del  Profeta,  esce  in  campo  con  le 
proprie  soldatesche  miste  a  non  pochi  soldati 
russi  e  si  dirige  contro  quelle  del  Mansìir  distri- 
buite in  quattro  corjji  distinti,  a  uno  dei  quali 
sta  a  capo  il  Boetti  in  persona. 

La  tattica  seguita  dal  Profeta  in  questa  gior- 
nata campale  è  inspirata  ad  abili  concetti  stra- 
tegici. Egli,  ripartite  le  truppe,  come  si  disse, 
Aàgila  su  ogni  preparativo  con  occhio  cauto  e  con 
mente  riflessiva,  ma  con  animo  deliberato  a  tutto. 
Mentre  si  dispongono  le  schiere  avviene  un  epi- 


—  53  — 
sodio,  elle  mostra  com^  ei  sappia  con  incredibile 
sangue  freddo  trar  partito  da  ogni  evento  per 
levarsi  gigante  nelle  fantasie  delle  sue  genti. 
Avendo  infatti  uno  dei  comandanti  a  lui  sotto- 
posti eseguito  di  suo  arbitrio  una  mossa  non 
preordinata,  mossa  che  avrebbe  potuto  arrecare 
conseguenze  disastrose,  egli  lo  invita  a  discol- 
parsi :  e  poiché  questi  risponde  alP  interrogatorio 
con  certa  alterigia,  il  nostro  Profeta  dà  in  una 
risata,  senza  aggiunger  verbo.  Senonchè  quando 
già  tutti  presumono  che  la  cosa  non  abbia  sèguito, 
egli  senza  scomporsi  e  pur  ridendo  ognora,  or- 
dina che  detto  comandante  sia  strangolato. 

Con  tali  j)rocedimenti  sommarli  rassoda  il  pro- 
prio prestigio  tirannico,  rende  dogmatico  il  prin- 
cipio d'autorità:  ridotte  a  tale  obbedienza  cieca, 
le  sue  truppe  avventizie  acquistano  baldanza  di 
schiere  regolari,  e  non  appena  egli  dà  il  segnale 
delia  battaglia,  si  gettano  sulle  milizie  di  Eraclio, 
furiosamente. 

Il  Profeta,  intanto,  che  se  ne  sta  alla  riserva 
con  il  suo  corpo  volante,  sguinzaglia  i  soldati 
che  ha  seco,  a  stento  prima  frenati,  e  con  essi, 
che  giungono  proprio  in  buon  punto,  consegue 
la  vittoria,  fa  dei  nemici  una  vera  carneficina. 

Di  lui  si  narra  che,  mentre  più  ferveva  la  mi- 
schia, scrivesse  stando  a  cavallo,  una  lettera  in 
lingua  turca  e  tosto  la  inviasse  per  mezzo  d'un 
corriere  a  Trebisonda,  lasciando  abilmente  sup- 
porre a'  suoi,  che  quel  governatore  fosse  in  segreti 
accordi  con  lui. 


—    Ott   — 

Vinta  così  la  terribile  partita,  uou  dorme  punto 
sugli  allori,  ma  insegne  con  ardore  i  fuggiaschi, 
giunge  i)resso  Tiflis,  irromi)e  nella  città,  e  sapendo 
quanto  le  soldatesche  bramino  il  tripudio  selvaggio 
del  saccheggio,  la  abbandona  in  preda  a' suoi  fa- 
cinorosi. 

Ben  ventidue  mila  georgiani  vuoisi  abbiano 
in  questa  battaglia  perduta  la  vita  e  a  ben  dieci 
mila  si  calcolano  gli  schiavi  ch^  ei  catturò  e  ven- 
dette sul  mercato  di  Costantinopoli  ;  ma  pur  dando 
la  tara  a  coteste  cifre,  resta  sempre  notevolissimo 
il  successo  ottenuto  dal  Manstir.  Al  Profeta  fu- 
rono naturalmente  riservate  le  piti  belle  schiave 
georgiane,  che  egli  accolse  per  metterle,  almeno 
così  diceva,  a  riparo  dagli  insulti  dei  soldati,  a 
quella  guisa  che  radunò  nelle  proprie  mani  ogni 
predato  tesoro,  sotto  pretesto  di  tenerlo  in  custodia 
l)er  i  bisogni  di  tutti. 

Narrasi  pur  anche  che  un  principe  georgiano, 
per  timore,  si  sottomette  a  pagargli  una  forte  in- 
dennità in  denaro  e  un  tributo  di  trecento  schia- 
vi, maschi  e  femmine;  di  tutto  questo,  pur  mo- 
strandosi poco  soddisfatto,  il  Profeta  vittorioso 
fa  le  viste  di  tenersi  pago  per  il  momento,  ur- 
gendogli,  com'ei  dice,  proseguire  la  sua  marcia 
verso  la  meta  prefissa. 

Il  povero  fraticello,  che  doi)0  aver  sì  a  lungo 
vagheggiato  giorni  di  radiosa  fortuna,  ora  vede 
il  suo  esercito  sempre  più  cresciuto  di  forze  per 
i  molti  che  accorrono  spontaneamente   ad   armo- 


—  55  — 
iai-si  sotto  il  suo  stendardo,  j^reso  da  subiti  entu- 
siasmi, divien  superbo,  audace  ;  sorretto  dai  fana- 
tismo de' suoi,  decide  di  giuocare  P  ultima  carta, 
di  tentare  cioè  la  tanto  strombazzata  riforma  re- 
ligiosa. 

Porta  quindi  senza  piii  spingersi  nella  Geor- 
gia, le  sue  scliiere  ad  Akeska,  ove  i)one  campo: 
spedisce  per  destinazioni  a  tutti  ignote  taluni 
messi  segreti,  dei  quali  uno  solo,  diretto  a  Smirne, 
ritorna  scortato  da  sette  uomini,  vestiti  alla 
foggia  turca,  ma  che  non  parlano  affatto  tale 
lingua;  risparmia  il  paese  di  I^akhchivan,  facile 
preda,  qualora  egli  P  avesse  ambita,  adducendo 
a  pretesto  F amore  eh'  ei  porta  ai  monaci  di  San 
Domenico,  colà  dimoranti,  ai  quali  si  astiene  dal 
recar  molestia  di  sorta. 

In  quest'  epoca  si  ritiene  avvenuta  la  compi- 
lazione del  nuovo  dogma  da  lui  emanato:  strano 
impasto  di  precetti  religiosi  e  morali,  composto 
di  massime,  che  han  sapore  d'eresia  e  di  immo- 
ralità, e  che  lusingano  i  bassi  istinti  de'  suoi 
adepti. 

Tali  dottrine  bizzarre,  nelle  quali  si  conten- 
gono le  teorie  piti  contradditorie,  risultanti  dal 
l'ibrido  accozzamento  di  norme  cristiane  e  di 
regole  derivate  dalle  fonti  più  disparate,  me- 
ritano d'essere  integralmente  riferite,  nei  loro 
bizzarro  francese,  avendole  il  Profeta  Manstir 
poste  a  fondamento  d'ogni  sua  predicazione. 


—  50  — 
Stralciamo    pertanto    dalla    Relazione,    che    ci 
serve  di  documento,  questa  pagina  caratteristica: 

1.  Il  n' y   a   qn'  un    DieUy  qu^  il  faut  adorer 
en  esprit   et  vèr  ite;  tout  eulte  extérieur 
V  offense. 
II.  Ce  Dieu  est  indivisihle,  il   n' est   qii' un,   il 
n'  est  point  trois. 

III.  Ghrist  étoit  un  homme  jnste  et  saint^  il  étoit 

prophète,  comme  hien  d^  autres  le  sont. 

IV.  Il  y  a  ime  récompense  pour  les  fidèles,  il  y 

a  une  punition  pour   les  méchants,  mais 
elle  n^  est  point  éternelle. 
V.  G^  est  un  crime  honteux  qiie  de  prier  et  re- 

mereier  le  Tout-puissant. 
VI.  Tous  les  hommes  se  sauvent  s' ils  soni  justes 
chacun  dans  sa  religion. 
VII.  Les  jouissanoes    du    Paradis    ne   consistent 
qu'  en  une   vie   éternelle,  privée   de  tonte 
sorte  de  mal, 
VIII.  Le  monde  a  eu  son   commeneementy  mais  il 
ne  finirà  jamais. 
IX.  Les  souverains  sont  V  image  de  Dieu  lorsquHls 
sont  comm'ils  doivent  ètre. 
X.  L'adultere  est  un  grand  crime, 
XI.  La  fournication  n^  est  point  du  tout  pécìié, 
XII.  L'ìiomicide  est  injuste,  Dieu  et  les  ìiommes 

le  punissent, 
XIII.  L' inceste    est    chose    naturelle,    n^  est  point 
peché. 


—  o^   — 
XIV.  Le   voi    est   péché    lorsque    Von    vole 

extrème  néoessité, 
XY.  Le  Baptème  et  la  Gireoncision  ne  soni  que 

des  cérémonies  ridieiUes. 
XVI.  Les  voeux  que  V  on  fait  dans  toutes  les  re- 

ligions^  soni  des  témérités  punissables. 
XYII.  Le  Pape  et  le  Muphti  soni  des  imposteurs, 
XYIII.  Il  est  permis  de  se  tuer  soi-mème  dans  V  oc- 
easion. 
XIX.  C  est  un  grand  péché  que  de  manquer  à  sa 

parole  et  à  son  honneur, 
XX.  Les  làches,  les  poltrons  et  les  avares  doivent 
ètre  privés    de   leurs    dignités^    de    leurs 
richesses    et    les    releguer  au  travail   des 
champs. 
XXI.  Une  femme  surprise  en  adultere   doit  ètre 

lapidee. 
XXII.  Une  fille  peut   taire  ce  que  bon  lui  semole 

de  son  corps,  elle  en  est  la  maitresse. 
XXIII.  Il  faut  tìier  un  traitre. 
XXI Y.  Il  faut  aimer  Dieu  sur  toutes  choses  et  son 
prochain  comme  soi-mème. 

Redatto  in  queste  due  dozzine  di  articoli  il 
suo  mirabolante  Statuto  religioso,  il  Profeta  or- 
dina che  venga  letto  ai  soldati,  che  lo  si  divulghi 
fra  tutti  i  suoi  proseliti,  indi,  presentatosi  loro, 
con  atteggiamento  inspirato,  decreta  che  sian 
senz'  altro  uccisi  coloro  che  non  accettino  il  no- 
vissimo bando. 


—  5S  — 

E  allora  tutti  fan  giuramento  di  osservarlo 
con  fedeltà  e  rispondono  a  una  voce: 

—  Avedy  Aved!  e  cioè:  eosì  sia,  così  sia! 

Ormai  il  dado  è  tratto. 

Il  Profeta  non  indietreggia  più  fino  alla  morte. 
Infiammato  dal  suo  sogno  acquista  per  autosug- 
gestione il  convincimento  d'  esser  nato  a  grandi 
cose,  e  ostenta  di  credersi  apportatore  in  terra  di 
nuove  leggi  religiose  e  politiche.  Accoglie,  pei'- 
tanto,  con  benevolenza  gli  uomini  di  buona  vo- 
lontà, che  gli  si  offrono  proni  in  atto  d^ ossequio: 
toglie  di  mezzo,  senza  indugio,  i  freddi  seguaci 
e  gli  indifferenti.  Così,  un  giorno,  mentre  attra- 
versava P  accampamento,  sorpresi  due  turchi,  che 
stavano  pregando  Dio  secondo  V  antico  costume, 
si  arresta,  balza  di  sella,  li  abbraccia  come  per 
dar  loro  V  estremo  addio,  annunzia  ad  entrambi 
che  la  morte  è  necessaria  i>oichè  essi  violarono 
la  legge  giurata,  e  prima  ancora  che  i  malcapi- 
tati siansi  riavuti  dallo  stupore,  brucia  alP  uno 
le  cervella,  trafigge  V  altro  col  suo  Mrigiar. 

*  Egli  sa  quale  immenso  valore  abbiano  agii 
occhi  della  moltitudine  queste  punizioni  esemplari, 
impartite  con  mano  ferma  e  con  pm  fermo  cuore; 
si  tien  certo  che  nessuno  più  s^  attenterà  di  venir 
meno  a  quel  suo  codice  imperioso. 

Procede,  quindi,  tra  V  entusiasmo  delle  sue 
schiere,  che  vuoisi,  non  forse  senza  esagerazione, 
ammontino  ormai  alP  ingente  numero  di  ottan- 
tamila   uomini,  verso   Sivas,  e  senza  recar  alcun 


—  59  — 
male  alle  popolazioni,  che  incontra  sul  suo  cam- 
mino, si  limita  ad  esigere  forti  tributi  e  ad  in- 
corporare fra  le  sue  quante  più  genti  si  volgono 
a  lui.  E  intanto  va  ripetendo  senza  tregua,  con 
accento  di  intima  persuasione,  cLe  egli  è  i>adre, 
fratello,  amico  di  tutti,  inviato  da  Dio  a  portar 
la  pace  fra  gli  uomini;  promette  protezione,  feli- 
cità a  chi  gli  obbedisce,  minaccia  di  esterminio 
coloro  che,  dopo  averne  liberamente  accettato  i 
dettami,  osino  rendersene  spergiuri. 

E  per  apparire  vero  Profeta,  conscio  della 
propria  missione,  affetta  una  grande  semplicità 
di  modi,  una  tranquilla  serenità  di  pensieri,  una 
misericordia  evangelica,  mostrandosi  benefico  di 
elemosine  ai  poverelli,  di  conforti  agli  afflitti,  di 
consigli  a  quanti  fan  capo  a  lui. 

Lo  assalivano,  a  tratti,  repentini  richiami  no- 
stalgici al  suo  passato,  ed  egli  ripensando  alla  sua 
precedente  vita,  sì  dissimile  dalla  attuale,  dava 
talvolta  in  esclamazioni  di  questa  fatta: 

—  Ah,  Koma,  Eoma!  perdi  i  tuoi  figli,  Roma 
ingiusta! 

Ma  eran  questi  rimpianti  di  breve  durata,  che 
valevano  tosto,  per  contrasto,  a  renderlo  sempre 
più  avverso  a  quel  mondo  a  cui  egli  aveva  detto 
addio,  e  lo  facevano  più  tenace  prosecutore  della 
sua  impresa  religiosa  e  guerresca,  ormai  matura  nel 
suo  pensiero,  come  si  ricava  da  una  lettera  da  lui 
diretta  a  Trebisonda  ad  un  suo  amico  armeno, 
nella  quale  gli  confida  ch^ei  conta,  col  favor  della 


—  60  — 
sorte,  di  instaurare  in  Asia  ed  in  Europa  un'unica 
religione. 

A  volte  poi  apre  il  suo  animo,  intenerito  da 
improvviso  bisogno  di  affetti,  ed  un  giorno,  ad 
esempio,  esce  in  questa  confessione: 

—  Io  non  provengo  —  ei  dice  —  da  ricco  ca- 
sato, ma  i)OSseggo  un  cuore  grande,  un  animo  no- 
bile; sono  pronto  a  perdonare  ai  miei  nemici,  a 
render  loro  ben  per  male. 

Le  confidenze  più  importanti  soleva  versarle 
in  seno  al  suo  medico,  col  quale  si  intratteneva  in 
lunghi  discorsi: 

—  Io  sono,  nella  mia  coscienza,  affatto  tran- 
quillo, e  compio  serenamente  V  opera  mia  —  osser- 
vava a  proposito  del  turbamento  che  altri  avrebbe 
potuto  presupporre  in  lui,  che  da  missionario  si 
mutava   in   apostolo  d' un  nuovo  credo   religioso. 

E  soggiungeva  che  ogni  sua  sciagura  ripeteva 
V  origine  dalla  crudeltà  de'  suoi  parenti,  i  quali 
allontanandolo  dal  tetto  natio  gli  avevano  cre- 
sciuto in  cuore  impeti  di  indii)endenza  e  di  ri- 
bellione. 

Nelle  pubbliche  arringhe  poi,  esponeva  e  com- 
mentava a  modo  suo  i  singolarissimi  precetti,  che 
lo  avevano  inspirato  nel  dettar  la  taA^ola  delle 
leggi  della  sua  Eiforma  religiosa,  e  illustrava  con 
verbosa  abbondanza  di  affermazioni,  talune  svi- 
sate, le  più  paradossali,  quei  ventiquattro  articoli, 
coi  quali  presumeva  di  rifare  il  mondo.  Mette 
conto    di    raccoglier    qui    dalla    citata    Relazione^ 


—  61  — 
un'  eco  di  tali  sue  concioni  per  conoscere  il  gro- 
viglio delle  sue  stravaganti  teorie. 

—  Andiamo  sempre  avanti,  fratelli,  amici  miei, 
Ijrocediamo  verso  la  nostra  mèta;  Iddio  lo  vuole! 
Egli  ci  conduce,  egli  ci  protegge! 

^on  fate  male  alcuno  agli  innocenti  e  ai  cri- 
stiani. ISTon  crediate  già  che  la  religione  cristiana 
e  la  maomettana  siano  false  e  contradditorie; 
entrambe  hanno  salde  basi,  entrambe  si  equival- 
gono. 

Falsi  sono,  invece,  quasi  tutti  i  loro  ministri. 

La  legge  di  Maometto  e  quella  di  Cristo  non 
sono  punto  dissimili;  la  sola  ignoranza  è  colpe- 
vole d' aver  confuse  in  cotal  guisa  le  idee  da 
farle  apparire  opposte  e  cozzanti.  Sottoponiamole 
adunque  a  riforma,  ridoniamo  alla  religione  mao- 
mettana la  sua  purezza  antica,  e  noi  allora  la  ve- 
dremo simile  alla  cristiana,  considerata  nella  sua 
essenza  i^rimitiva  ;  V  una  e  P  altra  cioè  ci  aj)pari- 
ranno,  sotto  identico   aspetto,   e  nobili  e  degne. 

Poiché,  in  ultima  analisi,  bisogna  concludere 
che  non  vi  ha  che  un  Dio  unico,  e  un'  unica  legge 
i  suoi  profeti  invece  sono  in  gran  numero. 

E  dopo  di  me  ne  verranno  altri  molti. 

Colui  che  ha  vaticinato  la  distruzione  di  M- 
nive  era  egli  pure  del  novero  di  essi  ed  ora  più 
non  esiste. 

Io  predico  la  stessa  cosa  di  Costantinopoli,  io, 
che  sono,  a  mia  volta.  Profeta. 

Così,  esaltandosi,  segue,  invasato,  a  predicare, 
con  tono  profetico: 


—  (>2  — 

—  Io  vidi  le  ruiiie  di  Mnive  e  le  ho  osservate 
atteri  tallì  ente. 

lonas  non  esiste  più,  ma  io  vivrò  per  tale  or- 
dine d'anni  da  assistere  alla  distruzione  di  Co- 
stantinopoli. 

p]  Roma  esisterà  eternamente! 

Rimarranno  in  piedi,  senza  dubbio,  le  sue  mura, 
ma  cadranno  le  sue  ingiustizie  e  la  sua  effimera 
potenza. 

Selim  potrebbe  forse  attuare  la  riforma,  ma  i 
tempi  che  volgono  non  sono  propizi. 

Maometto  era  un  grand^uomo,  ma  si  lasciò  tra- 
viare dalla  politica,  perdendo  la  propria  since- 
rità; egli  usò  un  linguaggio  troppo  oscuro,  che 
non  potè  esser  compreso  né  da^  suoi  amici,  ne 
da^  suoi  nemici,  uè  da  lui  medesimo. 

Ecco  giunto  il  giorno,  fratelli,  comi)agni  miei, 
giorno  prescelto  da  Dio,  perchè  noi  spieghiamo 
le  misteriose  parole  di  Maometto. 

I  Mussulmani  del  tempo  nostro  sono  incapaci 
di  ragionare. 

II  Muftì  di  Costantinopoli,  e  lo  Sceriffo  della 
Mecca  sono  degli  ignoranti,  degli  imbroglioni  ; 
sono  ciechi  che  guidano  altri  ciechi.  Occorre  il- 
luminarli. 

E  poiché  Selim  non  è  egli  stesso  illuminato 
suffioentemente,  deve  cedere  il  suo  jiosto  e  riti- 
rarsi. 

Passa  quindi  a  sentenziar  di  morale  religiosa 
con  subita  umiltà: 


—  63  ~ 

—  Guardiamoci  dalle  tentazioni;  non  ci  tur- 
bino stogili  ambiziosi  di  dominio  temporale;  ele- 
viamo fervide  preci  alF  Onnipotente,  perchè  voglia 
conservarci  la  sua  protezione. 

Io  a  nulla  agogno  in  questo  mondo  se  non  a 
render  gloria  a  Dio  e  a  sterminare  i  suoi  nemici. 

I^Tessuno  sa  chi  io  mi  sia  e  forse  lo  si  ignorerà 
ancora  per  lungo  tempo. 

In  ogni  cosa  deve  regnar  V  ordine,  perciò  io 
comando  e  voi  obbedite;  io  però  nulla  ordinerò 
che  non  sia  conforme  a  giustizia. 

Dio  è  misericordioso  e  onnipotente  e  tali  pure 
anche  sono,  in  qualche  misura,  i  suoi  profeti. 

Vi  sono  al  mondo  dei  malvagi,  che  mi  odiano  ; 
io  ben  li  vedo,  che  ordiscono  trame  a'  miei  danni; 
ma  li  disprezzo  e  se  tuttavia  qualcuno  ne  punirò, 
abbandonerò  gli  altri  alla  vendetta  di  Dio,  che 
è  giusto  vindice  de^  suoi  fedeli,  a  quella  stessa 
guisa  che  è  buono  e  misericordioso.  Egli  sa,  cioè, 
vegliare  sui  suoi  servitori  e  proteggerli  dalle  male 
arti  dei  tristi  e  dei  poltroni. 

Chi  si  ripromettesse  di  uccidermi,  errerebbe  a 
partito,  poiché  io  sarò  pronto  a  rinascere  tante 
volte  quante  saranno  necessarie  per  la  gloria  del- 
V  Eterno  e  per  il  trionfo  delia  Verità. 

Parole  da  profeta  da  piazza,  che  dice  la  ven- 
tura e  che  leggendo  sui  visi  degli  ascoltatori  V  ef- 
fetto stupefacente  de^  suoi  arditi  sproioquii,  pro- 
rompe con  maggior  fervore: 

—  Uomini,  uomini  !  Aprite  gli  occhi.  È  giorno 


—     ()J:     — 

<li  luce.  TI  Sole,  pur  non  essendo  <'lie  un  astro 
inanimato,  rischiara  tutte  le  genti,  fuorché  quelle 
che  si  nascondono  per  non  vederne  i  raggi. 

TI  Muftì  e  i  ministri  della  legge  nulla  sanno. 
e  non  fanno  che  ripetere  gli  errori  de^  loro  pre- 
decessori. 

Tddio  onnipotente  ci  ha  destinati  alla  riforma 
degli  immensi  abusi,  che  corromi)ono  tutte  le  re- 
ligioni. 

Beati  coloro  che  ascolteranno  la  parola  di  Dio, 
predicata  da'  suoi  servitori! 

Dio  ha  bastevole  potenza  per  punire  i  malvagi, 
ed  i  suoi  servi  avranno  essi  pure  forza  sufficente 
per  punire  i  suoi  nemici. 

E  si  rifàj  quindi,  con  ripetizioni  continue,  ai 
suoi  precetti  generali,  ai  quali  mescola,  disordina- 
tamente, F  esaltazione  del  proprio  compito  di  rifor- 
matore, conferitogli  dal  cielo,  in  modo  affatto  mi- 
sterioso : 

—  TI  mondo  ebbe  cominciamento,  ma  la  sua 
esistenza  è  eterna.  Mussulmani,  Cristiani,  Ebrei 
purché  in  buona  fede  e  ossequenti  alla  parola  di 
Dio,  sono  eletti  alla  gloria,  poiché  sono  tutti  uo- 
mini creati  a  sua  immagine  e  somiglianza. 

Gesù  Cristo  fu  un  grande  profeta:  Maria  è 
Vergine,  sposa  e  madre. 

I  primi  discepoli  di  Gesù  furono  uomini  giusti, 
mentre  quelli  di  Maometto  non  ebbero  di  mira 
che  il  loro  interesse  particolare,  ad  eccezione  di 
uno  solo,  che  ora  é  al  cospetto  di  Dio  misericor- 


—  05  -- 
dioso.  Tutti  i  loro  successori  non  furono  che  fur- 
fanti,   che    hanno    ingannata   la   buona   fede   dei 
seguaci. 

Costantinopoli  sarà  distrutta  dalP  ira  divina  ; 
Egli  non  si  varrà  delle  armi  dei  guerrieri,  bensì 
di  quelle  delle  quali  può  servirsi  un  Dio  irato! 

È  mestieri  estirpare  i  mali  dalla  radice. 

iS^on  si  parlerà  più  ne  di  Ramadàm  (  mese  di 
marzo  dedicato  a-  feste  religiose  e  sacro  per  i 
Mussulmani)  né  di  Quaresima  (cristiana). 

Dio  è  uno  solo,  indivisibile. 

Egli  non  vuole  esser  adorato  che  con  un^  unica 
forma  di  culto. 

Egli  è  il  Signore  della  terra,  della  quale  può 
disporre  a  volontà,  donando  gli  imperi  a  chi  piii 
gli  aggrada. 

Tutte  le  ricchezze  della  terra,  non  apportano 
la  felicità;  questa  si  può  soltanto  ottenere  ser- 
vendo debitamente  Dio. 

Eccovi,  amici,  fratelli  miei,  i  miei  tesori,  che 
sono  quasi  incommensurabili. 

Io  posseggo  un  esercito  formidabile,  composto 
de^  più  valorosi  guerrieri  e  dei  più  devoti  servi 
di  Dio. 

Ogni  nostra  impresa  è  benedetta  daìP  Onni- 
potente. 

Io  ho  gran  copia  delle  più  belle  donne,  che  vi 
siano  in  terra.  Ebbene!  Tutto  ciò  non  mi  rende 
felice. 

Voi  ben  sapete  che  io  non  ho  finora  goduto 
neppur  una  di  queste  donne  bellissime. 


—  66  — 

Di  tutti  i  miei  iminoiisi  tesori  io  uou  ne  fo 
uso  che  per  la  gloria  di  Dio  e  per  il  benessere 
dei  mio  prossimo. 

E  via  via,  eccitando  gli  spiriti,  ormai  tesi 
nelP ansia  e  scossi  dalle  profetiche  sue  esaltazioni, 
getta  il  seme  della  grande  conquista  guerriera, 
che  vagheggia: 

—  Io  non  ambisco  che  di  servir  Dio,  e  di  dar 
pace  alP  animo  mio.  Le  recenti  vittorie  da  noi 
riportate  in  Georgia  valgono  come  i)romesse  di 
ben  altri  più  colossali  trionfi. 

È  necessario  distruggere  tutte  le  Babilonie 
del  mondo  :  io  non  sono  che  lo  strumento  di  cui 
Iddio  vuol  servirsi;  voi  siete  i  campioni  e  gli  eroi 
sui  quali  Dio  veglia  dalP  alto  del  suo  soglio. 

Egli  è  con  voi  e  per  voi.  Voi  sarete  i  riforma- 
tori degli  imperi  del  mondo,  e  del  culto  divino. 
I  vostri  nomi  diverranno  immortali,  e  saranno 
rammentati  con  grande  rispetto  e  con  somma  ve- 
nerazione i)er  tutte  le  generazioni. 

Con  voi,  miei  cari  compagni,  noi  attraverse- 
remo vittoriosi  tutta  la  terra;  con  voi,  nessuna 
spedizione  riuscirà  difficile. 

Dio  ci  vede:  Egli  è  con  noi. 

Io  veggo,  ^o  sento  che  vi  accende  un  grande 
amore  per  la  gloria  di  Dio  e  vostra  ;  io  so  che 
voi  soli  siete  atti  ad  abbattere  tutti  i  malvagi, 
che  scorrazzano  sulla  superfìcie  della  terra.  E  pur 
tuttavia  per  questo  medesimo  amore  di  Dio,  che 
e'  infiamma  non  bisogna  né  disprezzare,  uè  respin- 


—  67  — 
gere  quauti  di  loro  spontanea  volontà  si  conver- 
t;ino  in  nostri  cooperatori. 

Così,  in  un  arruffio  di  denigrazioni,  di  auto- 
apologie, di  profetiche  promesse,  egli  svolgeva 
confusamente  il  suo  inverosimile  disegno.  Il  quale, 
se  nella  sua  essenza  ha  alcun  pregio  per  la  grande 
idea  d'  una  religione  universa,  che  lo  pervade,  è 
nello  svolgimento  ieratico,  soggetto  di  continuo 
ai  capricci,  alle  bra'me  utopistiche  del  Boetti,  e 
in  ultima  analisi  appare  come  un  complesso  di 
dottrine  caotiche,  frutto  d' una  mente  invasata 
da  sogni  smisuratamente  ambiziosi,  irretito  nei 
lacci  di  un  morboso  e  strano  misticismo. 

1  fatti  successivi  provano,  tuttavia,  eh'  ei  fece 
breccia  nelP  animo  degli  ascoltatori. 

Largo  dispensatore  non  solo  di  precetti,  ma, 
già  si  disse,  di  elemosine,  guadagna,  adunque, 
a  sé  le  turbe;  audace  fino  alla  temerarietà,  solerte 
e  infaticato,  alterna  alle  esortazioni  concitate, 
pazienti  esercitazioni  militari,  per  addestrare  le 
sue  schiere. 

Come  poi  è  pago  de^  suoi  preparativi,  calmo, 
impassibile,  quasi  si  trattasse  della  più  semplice 
delle  imprese,  dà  ordine  di  marciare  sopra  Costan- 
tinopoli. 

Durante  V  avanzata  s'  abbatte  in  alcuni  messi 
inviatigli  dal  Principe  Eraclio,  il  quale,  per  il 
debole  appoggio  datogli  dalla  Russia  si  teme 
perduto,  e  viene  a  i)atti  col  Profeta  e  Principe 
Mansìir,  offrendogli  proposte  onorevoli  e  vantag- 


—  6S  — 
^iose.   Questi    li    accoglie    con    beuevolenza,   ma 
impone  loro  di  seguirlo,  dichiarando  di  non  esser 
disposto  a  trattar  d'affari  così  su  due  piedi. 

Prosegue,  quindi,  la  sua  marcia,  e  dopo  tre 
giorni  la  sospende  per  godersi  alcune  cacce  prin- 
cipesche, durante  le  quali  riceve  un  Capigi-Bashi 
che  giunge  a  lui  con  segrete  ambasciate  della 
Porta. 

Le  conferenze  da  lui  avute  col  messo  turco, 
rimangono  avvolte  nel  mistero.  Certo  è  che,  com- 
piute le  cacce,  il  Profeta  modifica  alquanto  P  iti- 
nerario, dirigendosi  verso  mezzogiorno,  come  se 
avesse  in  animo  di  portarsi  a  Smirne. 

S' accampa,  infatti,  a  sei  giorni  di  cammino 
da  detta  città,  e  in  questa  nuova  sosta  è  visitato 
da  un  altro  Capigi-Bashi  e  da  un  Effendi,  che 
gli  recano  doni  considerevoli.  Egli  accetta  ogni 
cosa,  e  s' intrattiene  seco  loro  in  frequenti  collo- 
quii,  senza  i)erò  lasciar  nulla  trapelare  di  quei 
conciliaboli. 

A  tale  scopo  egli,  già  dall'  arrivo  del  x>i*iiì^o 
Capigi-Bashi,  ha  cessato  di  valersi  dell'opera 
d' un  suo  segretario  greco,  temendo  che  per  le  in- 
discrezioni di  costui  venissero  divulgati  i  suoi 
segreti;  e  che  questa  diffidenza  fosse  legittima  lo 
X)rova  il  fatto  che  appunto  da  tal  suo  confidente 
fu  reso  palese  e  divulgato  il  mistero  dell'origine 
del  nostro  avventuriere. 

Presentatasi  infatti  al  detto  segretario  greco 
propizia  occasione,  egli  se  ne  fuggì  a  Costantino- 


—  69  — 
poli   con   una  bella  schiava,  derubando  altresì  il 
Mansìir  d' una  cassetta  nella   quale   si   rinvenne, 
insieme  a  pietre  preziose  e  gemme  di  grande  va- 
lore, il  Diario  del  Boetti,  scritto  di  suo  pugno. 

Come  abbiamo  detto,  il  nostro  Profeta  usa 
cortesie  a  quanti  vengono  a  lui  ambasciatori,  ma 
nel  trattare  con  essi  mantiene  ognora  il  proprio 
prestigio  e  la  propria  autorità;  e  il  giorno  in  cui 
un  Effendi  si  permise  di  parlare  alto  e  imperioso 
al  suo  cospetto,  egli  lo  fece  senza  indugio  impa- 
lare consegnando  la  sua  testa  recisa  al  Capigi- 
Bashi  con  V  ordine  di  riportarla  al  Sultano  di 
Costantinopoli.  Il  Oapigi-Baslii  allibito  di  fronte 
a  cotesta  inattesa  esecuzione  sommaria,  timoroso 
per  se  d^  una  consimile  sorte,  si  sottomise  pron- 
tamente ai  voleri  del  Profeta,  che  si  dichiarava 
disposto  a  far  altrettanto  con  quanti  osassero 
mostrarglisi  poco  deferenti,  e  gli  si  prostrò  da- 
s'anti  in  atto  quasi  di  adorazione.  La  Porta  stessa, 
l)ur  amareggiata  e  offesa  daiP  affronto,  colpita  da 
cotanta  temerarietà,  non  reagì,  convocò  un^  as- 
semblea per  deliberare  ed  essendo  in  questa  pre- 
valsi consigli  di  prudenza,  decise  di  inviare  al 
Profeta  una  seconda  ambasceria  con  maggiori  e 
più  preziosi  doni,  ai  quali  egli,  dal  canto  suo, 
nulla  mai  corrispose,  ove  se  ne  eccettuino  le  buone 
parole  con  le  quali,  da  vero  sovrano  vittorioso, 
ostentava  di  accordare  alla  Porta  la  propria  auto- 
revole protezione. 

—  Dite  al  vostro  Sultano  —  andava  ripetendo 


—  70  — 
a  questi  nuovi  ambasciatori  venuti  a  lui,  dei 
quali  uno  era  turco  e  gli  altri  due  europei  — 
ch'ei  resti  tranquillo,  cb^egli  si  mantenga  fedele 
osservatore  di  quella  Legge,  clie  io  gli  ho  predi- 
cata, e  che  non  venga  mai  meno  alla  parola  data, 
né  mai  tenti  di  tradirmi.  In  questo  caso  io  gli 
sarò  fedele  amico  ;  ma  se  pur  P  ombra  d^  un  so- 
spetto venisse  a  turbare  i  nostri  rapporti,  sappia 
che  egli  avrebbe  a  pentirsene  amaramente. 

Valsero  però  le  cospicue  proposte  della  Porta 
a  vincere  il  Profeta,  o  la  sua  mente  illuminata  lo 
fece  accorto  della  follia  eh'  ei  stava  per  compiere 
volgendo  le  sue  mire  sulla  stessa  Costantinopoli  ? 

Nebulose  rimangono  queste  circostanze,  ma  è 
fuor  di  dubbio  che  se  le  parole  del  Profeta  agli 
ambasciatori  suonavano  oltracotanti,  il  contegno 
da  lui  tenuto  di  poi  verso  il  Sultano  indusse  a 
credere  che  fra  i  due  principi  esistessero  segrete 
intelligenze. 

Assunto  pertanto  il  titolo  di  Sheik-Oghan-Oolò, 
strano  nome  che  a  noi  riesce,  salvo  nella  prima 
parte  che  significa  capo  o  sceicco,  indecifrabile, 
ricevuta  da  Costantinopoli,  per  la  via  d' Off,  porto 
del  mar  Nero,  ragguardevole  copia  di  munizioni 
e  di  cannoni  da  campagna,  egli  mutò  di  nuovo 
direzione  alla  sua  marcia,  dirigendosi  ora  verso 
la  Georgia.  Rimane  pure  oscuro  come  egli  sia  riu- 
scito ad  avere  presso  di  se  ingegneri  e  fonditori 
europei;  ma  è  assodato  ch'egli  ne  ebbe  nel  suo 
campo  un  bel  numero,  e  che  tutti  li  fece  lavorare 


—  71  — 
alacremente;  egli  stesso  Inventò  un  ingegnoso  (3on- 
gegno  utile  per  caricare  i  cannoni  da  campagna 
sul  dorso  dei  muli.  Corse  anche  la  voce  clie 
un*  altra  potenza  straniera  gli  facesse  laute  offerte, 
ma  nulla  si  seppe  mai  di  concreto,  poiché  dopo 
il  caso  occorsogli  col  greco,  che  lo  spogliò  e  lo 
piantò  in  asso,  egli  più  non  volle  al  suo  sèguito 
alcun  segretario. 

Amico  della  Porta,  egli  fa  tuttavia  vegliare 
da  fide  scorte  quanti  pervengono  da  Costantino- 
poli ;  sortogli  qualche  sospetto  intorno  al  suo  me- 
dico, non  gli  arreca  male  di  sorta,  bensì  lo  colma 
di  doni  a  patto  ch^  ei  se  ne  vada  in  Persia  e  a 
tal  uopo  lo  fa  accompagnare  fino  al  coniine;  giu- 
dice ed  esecutore  della  giustizia,  supremo  cax}0 
militare,  ognor  chiuso  ne^  suoi  pensieri,  non  si 
consiglia  con  persona  viva,  ma  intorno  ad  ogni 
cosa  da  se  delibera  e  provvede.  Singoiar  perso- 
naggio invero,  che  si  atteggia  a  Profeta,  si  j)ro- 
clama  riformatore  religioso  e  non  vuole  coadiu- 
tori per  tener  a  freno  la  incomposta  turba  degli 
adepti;  ohe  si  elegge  Principe  da  se  stesso  e  non 
ha  fiducia,  e  non  tollera  accanto  a  sé,  né  confidenti, 
né  ministri!  Gli  animi  signoreggia  colla  forza 
della  suggestione,  tra  ascetica  ed  eroica,  che  egli 
diffonde  a  sé  intorno;  le  truppe,  selvagge  orde 
tumultuanti,  folla  formata  da  genti  d^ogni  paese 
esalta  e  domina  con  larghe  promesse  di  strepi- 
tose  vittorie   e  di  pingui  bottini. 

Posto,  in  seguito,  il  suo  accampamento  nei  din- 
torni di  Tokat,  si  imj)ose,  come  già  altre  volte. 


una  specie  di  monastica  clausura  chiudendosi  in 
un  villaggio  per  ben  sette  giorni,  non  ricevendo 
alcuno  ne  mostrandosi  in  pubblico  fuorché  du- 
rante la  rassegna  e  V  ispezione  ai  suoi  soldati. 
Ai  quali,  in  una  delle  sue  consuete  arringhe,  par- 
tecipò che  gli  restavano  molte  cose  da  comunicar 
loro  in  riguardo  alla  riforma  religiosa,  ma  che 
non  reputandoli  ancora  atti  a  comprendere  la  sua 
sublime  scienza  teologica,  si  riprometteva  di  ini- 
ziarli nei  misteri  divini  in  epoca  pili  propizia. 
Li  esortava  frattanto  a  obbedire  scrupolosamente 
ai  dogmi  giurati,  soggiungendo: 

—  iS"ou  vi  preoccupi  punto  il  pensiero  delP  av- 
venire. Dio  pensa  per  voi.  Koi  esistiamo  eterna- 
mente, un  po^  meglio,  un  po^  peggio,  ecco  la  dif- 
ferenza.... 

Verrà  un  giorno  in  cui  comprenderete  ciò  che 
ora  non  sono  in  grado  di  spiegarvi. 

Come  poi  gli  giunsero  talune  particolari  no- 
tizie da  Costantinopoli,  levò  il  campo,  dirigen- 
dosi verso  il  Caucaso,  per  nulla  intimorito  dai 
movimenti  che  andavano  compiendo  in  quelle  re- 
gioni numerose  soldatesche  russe,  anelando  anzi 
di  azzuffarsi  con  esse,  spronato  dalla  brama  e 
dalla  speranza  di  batterle. 

Pervenuto  a  poca  distanza  da  alcuni  territori 
appartenenti  alla  Georgia,  fece  richiedere  al  prin- 
cipe Gore!  una  forte  contribuzione  in  denaro,  di- 
chiarandosi disposto  a  prenderlo  sotto  la  propria 
protezione,  mediante  un  canone  annuo  che  gli 
fissava. 


—  73  — 

Ma  non  stimò  prudente  di  perseverare  in  que- 
sto sistema  di  tassazioni  vessatorie;  avuto  sen- 
tore che  in  quel  momento  P  Agà,  sovrano  di 
Bitlis,  nel  Kurdistan,  faceva  notevoli  prepara- 
tivi di  guerra  per  muovergli  contro,  senz^  atten- 
dere la  risposta  del  principe  Gorel,  piombò  ad- 
dosso al  detto  Agà  con  tale  inaspettato  impeto, 
clie  ne  sgominò  le  schiere,  ancora  impreparate, 
devastò  i  campi,  spogliò  città  e  villaggi,  trasse 
seco  gran  numero  di  schiavi. 

E  già  stava  per  mandar  a  morte  un  ministro 
delPAgà,  cadutogli  nelle  mani,  quando,  impie- 
tosito dalle  preghiere  e  dai  pianti  delle  di  lui 
mogli  e  figliole,  venute  tutte  quante  a  intercedere 
grazia,  senz^  altro  lo  liberò. 

Fu  notato,  a  tal  riguardo,  come  si  astenesse 
di  proposito  dal  recar  ingiuria  alle  donne,  per  le 
quali  ostentò  sempre  un  grande  rispetto,  evitando 
tuttavia  d'aver  con  loro  rapporti  diretti:  le  rite- 
neva esseri  strani  e  bizzarri,  che  vanno  amate 
per  la  loro  fragilità,  e  soggiungeva  che  esse  sono 
simili  in  ogni  parte  del  mondo. 

A  questo  punto  la  nostra  fonte  si  inaridisce, 
la  Relazione  volge  alla  chiusa. 

Prima  però  di  lasciare  il  suo  argomento  il 
nastro  informatore  ci  delinea  la  figura  del  Man- 
sùr,  dii)ingendone,  a  brevi  tratti,  il  tenor  di  vita, 
le  usanze,  il  carattere. 

«  Il  Profeta  Mansìir  —  egli  scrive  nella  sua 
inelegante  prosa  francese,   che   stimiamo  meglio 


—  Ta- 
rlar tradotta  —  concede  poco  tempo  al  sonno,  non 
più  di  cinque  o  sei  ore,  la  notte  occupa  in  fre- 
quenti ricognizioni.  Mangia  sei  volte  al  giorno 
il  cibo  preparatogli  non  già  dal  suo  cuoco,  ma 
da  una  donna  cinquantacinquenne;  preferisce  alla 
carne  i  legumi;  non  beve  ne  vino,  ne  liquori,  è 
gran  fumatore  di  tabacco  ;  veste  più  alla  persiana 
che  alla  turca;  nel  prender  riposo  giace  vestito 
«  sur  un  sopba  et  il  ne  conche  que  tout  seul  ». 
Ha  molte  persone  al  suo  servizio,  ma  non  si  vale 
che  di  tre  uomini  assai  attempati.  Le  sue  donne 
abitano  lontano  da  lui,  ed  egli  non  le  visita 
giammai  da  solo;  le  fa  servire  da  schiave  more: 
non  le  sorveglia  per  mezzo  di  eunuchi;  ma  anzi 
loro  concede  libertà  di  andarsene  quando  a  loro 
piaccia  e  di  unirsi  a  chi  loro  meglio  talenti.  Ama 
molto  la  caccia  e  la  pesca,  si  esercita  alP arco  ed 
alla  freccia,  slanca  ogni  giorno  cinque  o  sei  ca- 
valli. La  sua  generosità  è  grande,  il  suo  cuore 
pietoso,  il  suo  corpo  infaticabile.  Ha  aspetto 
nobile  e  assai  piacente;  portamento  maestoso, 
sguardo  fiero  e  al  tempo  stesso  dolce;  legge  nel 
cuor  degli  uomini  senza  ingannarsi,  ha  cure  amo- 
rose per  la  sua  barba,  che  non  è  troppo  lunga 
e  termina  in  punta ....  Fedele  osservatore  della 
sua  parola,  esige  dagli  altri  pari  fedeltà;  rigido 
e  scrupoloso  nelP  adempimento  de^  suoi  doveri, 
non  permette  alcuna  rilassatezza.  Con  straordi- 
nario sangue  freddo  sa  commettere,  senza  scom- 
porsi, le  più  buone  e  le  più  malvagie  cose,  gli 


—  75  — 
atti  più  grandiosi  e  i  più  nefandi.  Possiede  ricchi 
tesori,  eh'  egli  sa  custodire  e  dispensare  con  op- 
portunità. A^on  ha  ancora  un  piano  fìsso  e  ben 
determinato,  ma  pare  mediti  di  conquistare  qual- 
che città  capitale  per  consolidare  la  x^i^opria  po- 
tenza e  ivi  stabilire  il  suo  regno ». 

Così  il  cronista. 

Certo  è  che  dopo  -P  ultima  spedizione,  suespo- 
sta, egli  rientrò  nella  Georgia,  dove  rimase  finché 
glie  lo  permisero  le  circostanze. 


Siamo  così  giunti,  con  la  nostra  narrazione, 
al  28  ottobre  dei  1786.  Con  questa  data  ha,  dun- 
que, termine  la  delazione  francese,  che  è  la  fonte 
principale  della  biografia  del  Profeta  Mansùr. 

Quali  ne  furono  le  i^osteriori  vicende! 

A  tenor  di  quanto  lasciò  credere  al  suo  se- 
gretario greco  ed  al  suo  medico  prima  di  togliere 
loro  ogni  fiducia,  dopo  le  narrate  imprese,  sembra 
eh'  ei  volgesse  in  animo,  qualora  non  incontrasse 
in  Turchia  buona  ventura,  di  entrare  in  Persia, 
di  approfittare  delP  anarchia,  che  da  lungo  tempo 
travagliava  quella  regione,  e  veder  modo  di  farsi 
proclamare  So'pM,  Ma  per  verità  «  la  ragione  lo 
renderà  persuaso  —  annota  al  punto  in  cui  ciò 
riferisce  il  nostro  cronista  costantinopolitano  — , 
che  dalla  ijarte  di  Costantinopoli  gli  si  oppor- 
ranno assai  tenaci  resistenze.  Quando  però  si 
lìensi    a   tale    suo    progetto    ardimentoso    e,    per 


—  76  — 
contro,  si  ponga  mente  all'  altro  disegno  di  riti- 
rarsi con  le  sue  ricchezze  in  Europa,  dove  nessun 
sovrano  vorrà  riconoscerlo,  si  è  tratti  a  ritenere 
eh'  egli  è  destinato  a  trascinare  per  sempre  esi- 
stenza errabonda  e  avventurosa,  e  a  perder  la 
vita  violentemente  o  per  tradimento,  o  in  aperta 
lotta  »^''. 

Queste  le  previsioni,  fosche,  ma  logiche,  di  chi 
pur  doveva  conoscere  e  tempi  e  luoghi.  Par  tut- 
tavia che  la  sorte  abbia  serbato  al  Profeta  una 
fine  molto  meno  drammatica,  ma  anche  assai  meno 
cruenta. 

Una  lettera  privata,  l'ultima  anzi  delle  lettere 
familiari  del  nostro  avventuriere  ^%  è  diretta  al 
padre  suo  in  Piazzano,  ed  è  sottoscritta:  fr.  Chio- 
vanni  Boetti  dei  predicatori^  Soloivestsl^^  15  settem- 
bre 1798. 

Ritenendo  quindi  eh'  ei  sia  morto  in  tal  anno, 
o  poco  dopo,  mancano  al  nostro  racconto  almeno 
gli  ultimi  dieci  anni  dell'  autobiografia  del  frate 
errabondo,  poiché  le  notizie  saltuarie  e  scarse 
offerte  dalla  sua  corrispondenza  domestica  non 
possono  coordinarsi  in  un'  esposizione  concatenata 
e  comj)iuta. 

Qualche  buon  frutto,  invece,  benché  non  troppo 
copioso,  ci  forniscono  alcune  storie  sincrone,  de- 
gne di  fede.  Si  tratta  di  testimonianze  che  con- 
fermano quanto  già  sai^piamo  e  che  mostrano,  in- 
direttamente, come  la  scrittura  francese  sinora 
seguita,  pur  peccando  qua   e   là  di  esagerazione 


—  77  — 
vada   ritenuta   per  sostanzialmente   vera;  non  ci 
resta  che  spigolare  in  questi  documenti. 

Un  contemporaneo  del  Boetti,  il  Becattini,  in 
una  sua  opera  diretta  ad  illustrare  la  Vita  ed  i 
fasti  di  Giuseppe  II  d' Austria^  fa  menzione  dei 
nostro  personaggio. 

iS'otevole  è  il  luogo  dove,  tessendo  la  storia 
delle  guerre  sostenute  da  Caterina  di  Eussia,  dopo 
aver  narrato  come  la  Russia  difendesse  i  deboli 
Giorgiani  e  i  Mingreli,  assaltati  e  predati  di  con- 
tinuo dai  Lesgbi  bellicosi,  presenta  ai  lettori  una 
figura  misteriosa  balzata  sulla  scena  con  impo- 
sture spudorate  e  con  novissimi  ardimenti. 

«  Un  nuovo  capo  di  setta  —  egli  scrive  — 
era  comparso  sulla  scena  e  minacciava  di  rinno- 
vare gli  orrori  e  la  storia  funesta  di  una  guerra 
di  religione.  Chiamavasi  Scheiclc-Mansùr  ossia  Pro- 
feta o  V  Illuminato  Mansùr.  Qual  si  fosse  la  sua 
origine  non  è  certo.  Molte  erano  le  voci  sparse 
su  questo  proposito,  e  acciocché  non  mancasse 
chi  aggiungesse  una  nuova  invenzione  in  disca- 
pito degli  Ordini  religiosi,  vi  fu  chi  spacciò  e 
scrisse  in  Italia  che  il  falso  profeta  Mansìir  era 
un  rinnegato  prima  religioso  delP  Ordine  di  San 
Domenico  ;  sicché  quando  fosse  vero  com'  é  as- 
solutamente supposto,  nulla  secondo  i  principi 
d^  equità  e  retto  giudizio  dovrebbe  pregiudicare 
P  istituto  dal  medesimo  abbandonato.  Comunque 
sia,  egli  fattosi  capo  dei  Tartari  circonvicini, 
cercò  d^  inspirar  loro  il  fanatismo  di  religione  e 
di  persuaderli  a  non  temere  le   armi  Russe  »  ^^. 


—  78  — 

Costui,  a  detta  del  nostro  storico,  predica  la 
guerra  contro  i  cristiani,  dispensa  a'  suoi  soldati 
amuleti,  che  li  renderanno  invincibili,  agita  le 
turbe,  si  circonda  di  seguaci,  si  guadagna  in  breve 
tempo  larga  nomea,  e  la  Russia  diffida  di  lui 
percliè  comprende  quanto  egli,  supposto  emissario 
della  Porta,  possa  nuocere  con  le  sue  orde  tartare, 
accecate  dal  fanatismo. 

A  sua  volta,  il  conte  di  Ségur,  autorevole  scrit- 
tore francese,  che  fu  i^er  parecchio  tempo  ministro 
plenipotenziario  in  Russia,  ne'  suoi  piacevoli  Mé- 
moires,  dopo  aver  rilevato  come  le  popolazioni 
del  Caucaso  siano  quasi  tutte  soggette  a  potenze 
mussulmane  e  russe,  e  soggiunto  che  questa  sotto- 
missione è  piìi  nominale  che  effettiva,  poiché  le 
ribellioni  sono  frequentissime,  parla  distesamente 
del  Mausùr. 

Egli  narra  come  «  un  nouveau  i)rophète  nommé 
Mansoura»  scotesse  le  tribìi  caucasiche,  molestando 
i  Russi;  come  chiamasse  in  armi  i  Circassi  con 
veementi  predicazioni,  che  avevan  virtìi  di  mol- 
tiplicare l'ardore  bellico  di  quelle  genti  barbare, 
già  per  naturale  indole  disposte  ai  cimenti. 

«  Ralliés  au  nom  de  Mahomet  par  le  fanatique 
Mansoura  »,  facevano,  invero,  tali  soldatesche  asse- 
gnamento sulP  infallibilità  delle  promesse  di  vit- 
toria, pomposamente  loro  largite;  ma  quando  il 
cannone,  «  qui  respecte  peu  les  i>rophètes,  dé- 
mentit  la  j)rophétie  »,  le  sue  schiere  in  breve  de- 
cimate e  rotte,  si  sbandarono;  riunite  e   rianimate 


—  79  — 
per  poco  con  nuovi  aiuti  fronteggiarono  ancora 
le  truppe  nemiche,  finché  perduto  lo  stendardo 
profetico,  «  couvert  d^  inscriptions  tirées  de  F  Al- 
coran  »;  furono  interamente  sgominate  e  del  pro- 
feta, afferma  il  Ségur,  non  si  seppe   più  nulla  ^^ 

Qualcosa  tuttavia  crediamo  di  poter  aggiun- 
gere sul  conto  suo,  sulle  affermazioni  del  già  ci- 
tato Becattini,  che  -  in  altra  opera,  nella  quale 
espone  la  Istoria  politica  ecclesiastica  e  militare  del 
sec.  XVIII  (delPanno  1750  in  poi),  discorre  di 
nuovo  del  Profeta  Mansùr. 

Dipinte  egli,  anzitutto,  le  condizioni  politiche 
dei  luoghi,  che  furono  teatro  delle  sue  imprese, 
si  ferma  di  proposito  a  narrare  talune  azioni 
di  guerra  del  cosidetto  Profeta  maomettano  del  Cati- 
caso^  del  quale,  ei  dice,  sono  assai  malnote  e  di- 
scusse le  origini  e  la  provenienza. 

Eiportiamo  qualche  periodo  di  questo  quadro 
storico,  che  serve  a  dilucidare  le  gesta  del  nostro 
Profeta. 

«  Caterina  II  —  scrive  il  Becattini  —  andava 
consolidando  ed  estendendo  il  dominio  non  solo 
nella  Crimea  e  nella  piccola  Tartaria,  ma  anche 
in  tutte  le  province  delP  Asia,  che  da  un  lato 
hanno  per  confine  P Eusino,  dall'altro  il  Caspio  .... 
Passati  tutti  i  predetti  paesi  (  Georgia,  Mingrelia, 
Imerizia  ecc.  )  se  non  sotto  una  immediata  sotto- 
missione, almeno  sotto  V  influenza  dei  ministri 
Russi,  s'intraprese  tosto  a  far  comprendere  ai 
Georgiani  la  crudeltà  ed  il  vituijero  di  far  mercato 


—  80  — 
delP  amata  i^role  con  gP  infedeli.  L' imperatrice 
non  potè  tollerare  che  provincie  vassalie  del  suo 
diadema  e  popoli  professanti  il  medesimo  rito 
di  lei,  esposti  restassero  ulteriormente  senza  di- 
fesa alla  barbarie  di  quei  feroci  cacciatori  della 
razza  umana  e  ordinò  ai  suoi  generali  di  metter 
termine  alle  incursioni  di  quelle  avidissime  genti 
limitrofe.  Allora  per  comando  della  Porta,  orde 
di  Tartari  andarono  a  cadere  addosso  ai  posti 
avanzati  dei  protettori  dei  Georgiani.  Per  ag- 
giungere più  seduzione  ed  affascinamento  delle 
menti  allo  spirito  di  rapina,  si  fece  alP  improv- 
viso comparire  in  iscena  un  nuovo  capo  di  setta, 
molto  adatto  a  confondere  il  corto  raziocinio  di 
quelle  materiali  popolazioni,  col  disegno  preme- 
<Utato  di  istigarle  ad  abbracciare  la  causa  della 
religione....  Scheicli - Manskr  di  cui  tutti  intra- 
presero di  lì  a  pochi  mesi  a  i)arlare  in  diversa 
maniera.  Chi  voleva  che  egli  fosse  un  Indiano 
apostata  dai  Bramini,  chi  uno  dei  satelliti  del 
Gran  Lama  o  Pontefice  del  Thibet;  chi  infine 
un  granatiere  piemontese  rinnegato  in  Algeri. 
Comunque  si  fosse,  accintosi  quel  fantastico  va- 
ticinatore  a  predicare  tra  i  Tartari  accese  nei 
loro  animi  la  più  furibonda  ansietà  di  scorrere, 
invadere,  depredare —  La  fama  d'un  impostore 
di  tal  natura  si  diffuse  altamente  per  PAsia  e 
l' Europa  tutta  e  in  ispecie  nei  paesi  bagnati  dai 
fiumi  Kuban  e  Terek,  ove  la  maggior  parte  di 
quei  rozzi  abitatori  si  gettò  alle  sue  ginocchia  e 
promise  di  seguire  tutti  i  suoi  passi  »  ^^. 


—  81  — 

Alla  testa  di  beu  trentamila  uomini  deliberati 
e  pronti  ad  ogni  evento,  egli  si  dà  a  frequenti 
scorrerie,  sparge  ovunque  il  terrore  e  lo  sterminio, 
è  cinto  dalla  venerazione  de^suoi;  senonchè,  scon- 
tratosi infine  con  trui>pe  russe,  capitanate  dal 
«  Brigadiere  »  Apraxin,  e  guidate  dal  colonnello 
]!^agel,  fu  miseramente  disfatto.  Riparò  allora  fra 
gli  scoscesi  gioghi  del  Caucaso,  ove  si  tenne  a 
lungo  nascosto.  Riarsa  in  seguito  la  guerra  fra  la 
Turchia  e  la  Russia,  il  Mansìir  cerca  di  rigua- 
dagnare prestigio,  raduna  nuovi  seguaci  e  riesce 
a  dominare  sui  Circassi  per  certo  tempo,  ma  senza 
fortuna  e  senza  gloria. 

Finalmente,  attratto  da  nuovi  sogni  di  gran- 
dezza, decide  un  gran  colpo  per  rifarsi  la  fama 
d^  un  tempo,  e  per  estendere  la  x>ropria  signoria; 
raccoglie  numerosi  Circassi  e  Tartari  e  con  essi 
si  stringe  attorno  alla  fortezza  di  Anapa  sul  Mar 
Xero,  dove  appunto  nei  1791  subì  decisiva  scon- 
fìtta e  cadde  nelle  mani  de^  nemici. 

Narra,  infatti,  il  Becattini:  «  Ricevuto  ordine 
dalla  sua  sovrana,  Caterina  II,  il  generale  Gu- 
dowitz,  che  comandava  a  diversi  reggimenti  Russi 
nel  Cuban  e  nelle  ampie  contrade  adiacenti  alle 
alpestri  montagne  del  Caucaso,  inoltrossi  verso 
la  città  di  Anai^a  sufflcentemente  fortificata  e 
*  guardata  da  buon  castello,  circondata  da  alte  e 
dirui)ate  mura  e  difesa  da  quindici  mila  Tartari, 
che  la  custodivano  al  di  fuori  al  favore  d'un  alto 
e  duplicato  trinceramento  a  bella  ]30sta  eretto  ». 


—   ,S1'   — 

Assaltata  vivamente,  la  fortezza  cade  ed  è  invasa 
dai  vincitori,  quando  d' improvviso  «  un  corpo 
volante  di  Turcomanni  o  Isauri,  essendosi  arri- 
schiato di  appressarsi  a  quelle  mura  nelP  atto 
delP  azione,  restò  in  simil  modo  disfatto;  cadde 
prigioniero  in  tal  congiuntura  con  molti  suoi 
seguaci  il  già  mentovato  profeta  delP  Asia,  Scheil- 
Mamùr  che  negli  anni  1786  e  1787  vaticinando 
falsamente  la  total  rovina  del  Russo  Impero,  era 
stato  il  primo  a  dar  motivo  alle  ostilità  tra  la 
Porta  e  la  Corte  di  Pietroburgo.  Si  dibattè,  si 
difese  come  un  leone,  ma  fu  portato  vivo  davanti 
air  imperatrice,  che  trovatolo  piti  frenetico  che 
ragionevole,  ordinò  che  fosse  custodito  con  dili- 
genza e  con  buon  trattamento  senza  veruno  stra- 
pazzo »  ^•\ 

Questa  è  V  ultima  vicenda  segnalataci  dagli 
storici,  la  quale  possa  con  fondatezza  essergli 
attribuita.  Un  estremo  tentativo  che  egli  avrebbe 
compiuto,  presentandosi  nel  1797  sotto  nome  di 
Morteza,  fratello  di  Mehemet  re  di  Persia,  e  giun- 
gendo sino  a  Bagdad  accolto  da  prima  onorevol- 
mente da  quel  Pascià,  di  poi  riconosciuto  e,  con 
atto  di  clemenza,  allontanato  da  quelle  terre  senza 
punizioni,  è  messo  innanzi  da  uno  studioso  ^^,  non 
senza  riserve,  e  poco  ad  ogni  modo  aggiungerebbe 
alla  già  lunga  serie  dei  tentativi  del  nostro  Pro- 
feta, che  mal  sapeva  piegarsi  alla  ineluttabile 
sorte  dei  vinti. 


—  83  — 

Tramontata  in  tal  modo,  e  per  sempre,  la  for- 
tuna del  famoso  e  famigerato  Profeta  Mansiìr,  egli 
ritornava  a  essere  non  altri  che  il  frate  domeni- 
cano padre  Giovanni  Battista  Boetti.  La  czarina 
Caterina  II  avutolo  prigione,  lo  volle,  come  si 
disse,  salvo  da  maggior  vituperio  e,  secondo  il 
Damonte,  «  V  onorò  con  testimonianze  di  favore, 
gli  assegnò  una  rendita  vitalizia  di  centomila 
franchi  annui,  gli  destinò  la  città  di  SolOAvestsk 
a  residenza  perpetua  »  ^~. 

Pertanto  se,  come  si  congettura  con  verosimi- 
glianza, egli  fu  accolto  da  ultimo  in  un  convento 
di  Armeni  cattolici  a  Solowestsk  sul  Mar  Bianco, 
tutto  fa  credere  clie  colà  abbia  finito  i  suoi  giorni, 
certo  non  prima,  per  la  lettera  citata  forse,  ad 
ogni  modo  cessando  con  tal  anno  la  sua  corri- 
spondenza familiare,  non  molto  dopo  il  1798. 

E  se  dobbiamo  giudicare  da  quanto  sta  scritto 
di  lui  nella  citata  Relazione  in  francese,  possiamo 
argomentare  che  a  frate  Boetti  non  deve  essere 
tornata  del  tutto  sgradita  questa  ultima  clausura. 
Svaniti  i  folli  entusiasmi,  e  uscito  egli  miracolo- 
samente incolume  da  tanti  e  così  avventurosi  pe- 
rigli, la  non  mai  abiurata  fede  religiosa  potè 
permettergli  d^  entrare  in  un  convento,  che  gli  of- 
ferse sicuro  e  quieto  rifugio. 

Si  legge,  infatti,  a  questo  proposito  in  essa 
Relazione  un  passo  molto  significativo  :  «  e'  est  sur 
qu^  il  n^  embrassa  jamais  la  religion  mahométane; 


—  8-4  — 
son  Journal  qui  est  très  détaillé  en  les  moindres 
choses,  et  très  exactement  suivi,  ne  fait  aucune 
mention  de  sou  chaugement  de  religion.  Ainsi  il 
faut  croire  qu^  il  n^  est  pas  musulman,  mais  qu^  il 
affecte  de  V  e  tre  aux  yeux  du  monde  pour  pou- 
voir  mieux  joaer  son  ròle  »  ^\  In  questo  modo 
perciò,  senza  rinnegare  formalmente  la  fede  degli 
avi,  si  allontanò  da  essa  pivi  per  necessità  del 
momento  che  per  meditato  proposito  e  per  interno 
impulso;  ridottosi  a  mal  partito,  considerandoli 
vano  agitarsi  nel  quale  aveva  consumato  la  pro- 
pria esistenza,  ormai  più  non  occorrendogli  di- 
vulgare credenze  mussulmane,  si  può  ritenere  che 
abbia  rivestito  di  buon  grado  P  abito  domenicano. 

Ciò  almeno  lasciano  intravvedere  le  parole 
sopracitate;  ciò  esplicitamente  conferma  la  let- 
tera, già  ricordata,  che  pare  abbia  egli  diretta  a 
Piazzano  dal  convento  degli  Armeni  cattolici, 
poiché  in  essa  chiede  perdono  «  ai  genitori,  ai 
fratelli,  alle  sorelle  dei  dispiaceri,  che  loro  ha 
procurati  »  e  si  raccomanda  caldamente  alle  loro 
preghiere. 

Così  questo  agitatore  di  idee  e  di  uomini,  che 
un  padre  inumano  e  una  matrigna  astiosa  allon- 
tanano del  tetto  domestico,  che  un^  improvvisa 
esaltazione  mistica  converte  in  frate  penitente  e 
ìe  molte  avventure  trasformano  in  Profeta  e  pro- 
motore d' una  inaudita  riforma  religiosa,  è  da 
subita  fortuna  fatto  signore  di  molte  genti,  da 
una  altrettanto  rapida  catastrofe  ricondotto  alla 
sua  umile  vita  d'  un  tempo. 


Il  cerchio  si  chiude;  egli  rientra  nell'ombra 
del  chiostro  donde  era  uscito  dietro  la  lusinga 
di  fallaci  miraggi  di  gloria. 

La  sua  esistenza  irrequieta  si  spegne  nelP  oblio 
e  con  lui  cade  il  potere  effimero  del  suo  nome, 
che  non  aveva  fondamento  saldo  e  durevole,  ma 
si  reggeva  soltanto  sul  fanatismo  ignorante  de'  suoi 
seguaci. 

Fu  egli,  adunque,  un  piccolo  I^apoleone  al 
quale,  per  far  completo  il  raffronto,  non  mancò 
neppure  la  irreparabile  Waterloo? 

Il  parallelo  senza  dubbio  non  regge  tra  le  ma- 
gnanime gesta  del  Corso  e  quelle  del  temerario 
Profeta  belligero.  Tuttavia  un  che  di  napoleonico 
dovè  pur  trasiJarire  dalle  sue  mirabolanti  audacie, 
dato  che  i  due  nomi  balzano  in  mente  per  cor- 
relazione di  idee  a  quanti  si  occupano  del  Mansùr. 

Infatti,  mentre  il  Damonte,  nel  suo  ingenuo 
fervore  apologetico,  non  seppe  come  meglio  con- 
cluderne la  biografia  se  non  riproducendo  quasi 
per  intero  l'inno  manzoniano  in  morte  di  l!^apo- 
leone  I,  il  D' Ancona,  con  assennato  richiamo  alla 
consimile  fine  dei  due  personaggi,  osserva  che 
SoloAvetsk  fu  per  il  Boetti  la  «  Sant'  Elena  ove 
anch'  egli  avrà  ripensato,  meravigliandosi  della 
sua  sorte  passata,  alle  moMU  tende  e  ai  j?erco«si 
valli ....  al  concitato  imperio,  al  celere  obbedir  ». 

Kè  altrimenti  si  esprimeva  Cesare  Lombroso 
definendo  il  Profeta:  «un  Napoleone,  cui  non 
mancò  che  l' occasione  i^er  diventare  un  gran 
conquistatore  »  ^•'. 


—  m  — 

Pur  tuttavia  anche  così  com'è  la  figura  del 
Profeta  Mansùr  lia  notevole  rilievo.  Egli  è  degno 
di  essere  accomunato  per  lo  spirito  d'avventura 
ai  molti  altri  che  la  fama  celebra  e  dei  quali  ri- 
pete i  nomi  come  personaggi  singolari  e  carat- 
teristici. Di  essi  non  si  discute  P  integrità  della 
vita;  le  loro  azioni  non  si  sogliono  considerare 
alla  stregua  comune;  si  ama  reputarli  uomini  e 
nei  pregi  e  nei  difetti  superiori  alla  misura  nor- 
male; si  resta  meravigliati  dinanzi  al  vario  flut- 
tuare degli  eventi  di  cui  s' intesse  la  trama  della 
loro  vita;  si  gode  delle  loro  vittorie  pur  conse- 
guite con  mezzi  spesso  riprovevoli;  si  ammira  in 
essi  P  inflessibile  energia  del  carattere,  P  ingegno 
pronto,  la  volontà  tenace,  P  ardimento  eroico. 

E  poiché  queste  doti  non  mancarono  al  nostro 
avventuriere  monferrino,  chiuderemo  la  presente 
cronistoria  delle  sue  gesta,  osservando  che  chi 
volesse  ricercare  analogie  di  fatti,  di  impulsi, 
di  tendenze  potrebbe  far  buona  messe  di  osser- 
vazioni accostando  a  Giuseppe  Balsamo,  univer- 
salmente noto  sotto  il  nome  di  Cagliostro,  a  Gia- 
como Casanova,  a  Lorenzo  Da  Ponte,  a  quanti  altri 
italiani  furono  nel  secolo  XVIII  avventurieri,  Gio- 
vanni Battista  Boetti,  denominatosi  da  se  stesso 
Profeta  Mansìir  Sheik-Oghan-Oolò  ~\ 


I.  —  NOTE 

1  In  FanfuUa  della   Domenica,  Roma,  20  febbr.  1881. 

2  In  Viaggiatori  e  Avventurieri,  Firenze,  Sansoni,  1911-12, 
pp.  VIII-554,  lì  Padre  Boetti,  pp.  435-450,  ristampa  del  pre- 
cedente articolo,  con  qualche  aggiunta. 

3  In  Rivista  di  Storia,  Arte,  Archeologia  della  Provincia 
di  Alessandria,  Alessandria,  Piccone,  1901,  a.  X,  fase.  I  (ser.  II)  ; 
Documento  I,  px3.  71-105,  questa  Relazione,  edita  per  la  prima 
volta.  Essa  si  conserva  negli  Archivi  di  Stato  di  Torino;  è 
redatta  in  francese,  scritta  in  chiara  calligrafia,  occupa  un 
fascicolo  di  57  ijagine;  non  reca  indicazione  di  sorta,  ])riva 
pur  anche  di  data,  titolo,  firma.  Fu  redatta,  come  si  rivela 
dal  contesto,  a  Costantinopoli,  da  un  contemporaneo  del 
Profeta.  È  segnata  a  catalogo  sotto  l'indicazione:  Boetti. 
Di  questa  mia  pubblicazione  dà  conto  il  D'Ancona  in  Viag- 
giatori ecc.,  p.  436,  u.  1. 

^  Di  questi  daremo  cenni  sommarli  rimandando  per  il 
testo  latino,  come  già  x)er  quello  francese,  alla  oit.  Rivinta 
di  Aless.^',  Documento  II,  p.  106:  Dal  Registro  degli  Atti  di 
nascita  e  di  battesimo  della  parrocchia  di  San  Giorgio  in 
Piazzano,  frazione  del  Comune  di  Castelsampietro  Monfer- 
rato, per  l'anno  1743,  quelli  relativi  a  Giov.  Battista  Boetti: 
Doo.*°  III,  p.  106:  Dal  Registro  dei  Matrimoni!  dell' Arch. 
Parrocchiale  di  Crescentino  all'anno  1740,  mese  di  febbraio, 
l' atto  nuziale  del  di  lui  padre  not.  Spirito  Bartolomeo,  figlio 
del  not.  Giovanni  Domenico  con  Maria  Margherita  figlia  del 
not.    Vittorio   Imperiale   Montalto;    Doc.*°  IV,    p.   107:    Dal 


—  88  — 

Registro  dei  Matrimouii  dell' Aroli."  Parr.*  (Duomo)  di  Ca- 
sale all'anno  1754,  mese  di  luglio,  l'atto  nuziale  del  mede- 
simo uot.  Spirito  Bartolomeo  con  Paola  Maria  Margherita 
Rivalta.  Questi  due  atti  rettificando  le  a8serzioni  del  Da- 
monte,  provano  che  non  è  Maria  Margherita  Radisonda  di 
Creeoentino  la  prima  moglie  del  Boetti,  e  quindi  madre  di 
Giov.  Battista,  ma  Maria  Margherita  Montalto  (  ei  denomina 
altresì  Paola  Maria  Margherita  Montalto  di  Casale  seconda 
moglie  di  lui,  mentre  questa  è  Paola  Maria  Margherita  Ri- 
valta di  Casale)  in  Pianta  della  famiglia  Boetti,  p.  157; 
Doc.*°  V,  p.  107:  è  la  seguente  iscrizione  murale,  ohe  sti- 
miamo bene  riprodurre: 

IN   QUESTA   CASA 
NACQUE   IL  2  GIUGNO  1743 

aiOVANNI  BATTISTA  BOETTI 

CHE   SOTTO  NOME 

DI  PROFETA  MANStiR 
SCEIK  -  OGHAN  -  OOLÒ 

ALLA   TESTA  DI   OTTANTAMILA   UOMINI 

CONQUISTÒ   L'ARMENIA 

IL  KURDISTAN,    LA  GEORGIA   E  LA   CIRCASSI  A 

E   VI   REGNÒ   SEI   ANNI 

QUAL  SOVRANO  ASSOLUTO 

MORÌ   NEL  1798 

IN   SOLOWETSK   SUL  MAR   NERO 

Essa  si  legge  sulla  facciata  della  casa  già  proprietà,  per 
lunghi  anni,  della  famiglia  Bossi  di  Vercelli,  passata  ora 
in  possesso  della  famiglia  Ravera;  uscita  dalla  penna  cor- 
riva del  -Damonte,  non  può  esser  recata  a  modello  di  esat- 
tezza storica  e  geografica.  Il  buon  parroco  canuto  che,  senza 
punto  adontarsi  delle  sue  teorie  si  jjoco  ortodosse,  andava 
oigoglioso  di  esser  conterraneo  d'  un  sì';strano  avventuriere, 
non  gli  lesinò  ne  gli  anni  di  regno,  nò  la  copia  delle  terre 
conquistate,  ne  si  peritò  di  porre  Solowetsk,  che  e  sul  Mar 


—  89  — 
Bianco^  sul  Mar  Nero;  e  nessuno  mai  si  diede  la  briga  di  cor- 
reggere 1^  epigrafe.  A  x>ropo8Ìto  delle  denominazioni  geogra- 
iìclie,  preferiamo  sull'esempio  del  D'Ancona,  usare  quelle 
del  testo,  e  cioè  Lamica  per  Larnaca,  Latakia  per  Ladikie, 
Beregik  per  Biregik,  Antab  per  Aintab,  Orfa  per  Urfa,  Gar- 
niusa  per  Garmungi,  Merdin  per  Mardin,  Telkef  ijer  Telkeif, 
Gumus  Kana  i>er  Giimiis  Kane,  Nakhchivan  per  Naoliioevan, 
Off  per  Ofi  ecc. 

5  pp.  25-71,  col  titolo  Un  avventuriere  monferrino  del 
seo.  XVllI,  padre  G.  B.  Boetti  detto  II  Profeta  Mansàr.  Ivi 
riprodussi  anche  il  ritratto  del  B.,  in  abito  da  domenicano, 
da  una  veochia  tela  ad  olio,  ridotta  però  in  grave  stato  di 
deterioramento,  di  proprietà  della  vedova  del  sig.  Carlo 
Boetti,  residente  in  Treville  Monferrato,  col  quale,  or  è  poco 
più  d'  un  anno,  si  spegneva,  senza  prole,  1'  ultimo  discen- 
dente —  egli  stesso  si  reputava  tale  —  della  famiglia  del 
Profeta. 

^  Che  egli  sia  ben  degno  di  rinomanza  parve  anche  a 
G.  Finzi,  il  quale  fa  di  luì,  sia  pur  fugacissima,  menzione 
in  Lesioni  di  storia  d.  letter.'^  ital.^,  Torino,  Loeseher,  voi.  Ili, 
pp.  8-9. 

È  forse  opportuno  qui  soggiungere  che  questo  profilo  ha 
carattere  piuttosto  divulgativo,  che  non  critico,  come,  del 
resto,  risulta  dal  tono  della  narrazione  nella  quale  si  fa 
uso  del  presente  storico  tutte  le  volte  che  esso  giova  a  dar 
rilievo  artistico  agli  episodi  più  significativi.  Si  citano,  ad 
ogni  modo,  le  fonti  per  documentazione  storica  di  quanto 
si  asserisce,  senza  ohe  tuttavia  sempre  riesca  criticamente 
possibile,  in  materia  si  arruffata,  squarciare  il  velo  delle 
copiose,  amplificazioni 

''  Questo  episodio,  ohe,  cosi  com'  è  narrato,  fu  la  causa  de- 
terminante della  sua  partenza  da  Trino,  manca  nella  Belazio- 
ne.  Tacque  il  B.,  nel  Diario,  da  cui  questa  deriva,  il  caso  poco 
onorevole,  o  esso  è  parto  cervellottico  di  qualche  fantasioso 
narratore?  Il  Damonte  lo  espone  con  lusso  di  particolari.  Qui 
lo  si  accoglie  perchè,  dopo  tutto,  par  consentaneo  al  carat- 
tere del  nostro  avventuriere. 


—  90  — 

«  Il  Danioute,  senza  citare  la  fonte  della  sua  iuforma- 
zione,  fa  il  nome  di  cotesti  favoreggiatori  e  cioè  quello  di 
«  Tabet  Habib,  ricco  negoziante  di  Persia,  che  abita  a  Scu- 
tari  »  e  quelli  di  «  Cleofa  Tbévenot,  francese,  Camillo  Ruti- 
liano,  napoletano,   e  Goldemberg  Samuele,  tedesco  »,   i).  133. 

»  Damonte,  p.  133. 

11^  in  lUv.^  d.  Alese.'-,  p.  83. 

1'  Damonte,  p.  152.  Per  le  altre  lettere  familiari  pos- 
sedute da  Angela  Maria  Boetti,  nipote  del  Profeta,  datate 
da  varii  luoghi  e  con  notizie  delle  sue  predicazioni  religiose 
e  delle  vittorie  guerresche,  pp.  8-9. 

12  ivi,  ediz.  cit.,  tom.  Ili,  libr.  Vili,  p.  173,  sgg. 

13  ivi,  ediz,  cit.,  tom.  V,  p.  129,  %gg. 

i-*  ivi,    ediz.   cit.,     voi.    VII,    libr.  XVII,    p.  m,  segg.,  e 

5,  e  p.  131,  sgg. 

!•'■*  ivi,  ediz.  cit.,  voi  Vili,  libr.  XXI,  p.  227,  sgg. 

16  L'Ottino,  op.  cit.,  p.  338,  ricavandolo  dalP Olivier, 
op.  cit.,  tomo  V,  p.  80,  sgg.,  soggiunge: 

«  Il  ritratto  fisico  che  si  fa  del  personaggio,  la  coltura 
ohe  il  B.  aveva  estesissima,  la  dimora  eh'  egli  ebbe  in  Russia, 
il  fatto  che  fu  scoperto  essere  il  falso  Morteza  stato  noto 
in  Amàdia,  donde  appunto  il  Mansìir  prese  le  mosse  per  le 
sue  imprese,  dàn  probabilità  alP  ipotesi.  Si  può  però  metter 
in  dubbio  che  il  Boetti,  prigioniero  allora  dei  Russi,  abbia 
potuto  evadere  tentando  quindi  di  risalire  per  virtìi  d' in- 
trighi all'  antica  potenza  ». 

1'  Di  presunte  favolose  ricchezze  del  Mansùr  si  vocifera 
ancor  oggi  sui  suoi  natii  colli  monferrini  donde,  e  più  x>arti- 
colarmente  da  Casteisampietro,  secondo  quel  che  raccolsi 
dalla  viva  voce  di  taluni  villici,  partì  alcune  decine  di  anni 
or  sono  un  tal  Boetti,  che  vantando  un  ramo  diretto  di  pa- 
rentela col  Profeta  intraprese  un  lungo  viaggio,  probabil- 
mente in  Russia,  per  rivendicare  e  raccoglierne  la  cospicua 
eredità.  Ma  nuli' altro  mai  si  seppe,  x)oioh'egli  non  fece  più 
ritorno. 

is  In  Evo.''  il.  Aless.^,  p.  83. 


—  91  — 

19  DamoLite,  p,  153;  sgg.  ;  D'Aueoiia,  j),  450,  come  già 
a  p,  447;  Cesare  Lombroso  in  una  lettera,  a  me  diretta  e 
ohe  io  conservo,  dopo  esaminati  i  documenti  editi  in  Riv.'^ 
d.  Aless.'^^ 

^^  Questo  fece,  ma  assai  fuggevolmente,  il  D' Ancona? 
p.  446  e  p.  450. 

II.  —  NOTIZIA  BIBLIOGRAFICA 

Questa  può  tenersi  per  esauriente,  dato  che  i^oche  sono 
orjuai  le  probabilità  ohe  essa  abbia  ad  accrescersi  per  ulte- 
riori aggiunte. 

Vita  e  fasti  di  Giusex^pe,  II  d' Austria,  per  Francesco  Becat- 
tini  ;  Lugano,  MDCCXC. 

—  Istoria  politica,  eoclesiastica  e  militare  del  see.  XVII 1 
(dall'anno  1750  in  poi),  dello  stesso;  Milano,  MDCCXCVIII. 

—  Expéditions  des  Bmses  en  Orient,  1788  del  Pautrier,  ofr. 
Damonte,  p.  9. 

—  Viaggio  in  Persia,  G.  A.  Olivier,  trad.  cav.  Borghi, 
Milano,  1816. 

—  Mémoires  ou  souvenirs  etc,  Ségur  (le  oomte  de),  To- 
rino, 1829. 

—  Seiamyl,  il  Profeta  del  Caucaso,  V.  Warner,  trad."'' 
dal  francese,  Firenze,  Le  Mounier,  1885,  che  rammenta  il 
Mansùr  col  «  nome  diManzoura-Bey,  originario  delle  steppe 
del  Governo  d'Oremburgo,  uomo  sapiente...  ecc.»,  p,  5. 

—  Caterina  II,  A.  Briickner  in  Stor.*'  Univ^"  ecc.  G.  On- 
ohen,  Milano,  Vallardi,  1889,  ofr,  oap,  VI. 

—  Chi  fosse  il  Profeta  Mansùr,  svelò  jDrimamente  E.  Ot- 
tino, il  quale  in  una  puntata  (VI,  p.  329  sgg.  a.  1876)  delle 
Curiosità  e  rioerohe  di  Storia  Subalpina,  Torino,  Bocca,  dà 
notizia  della  Eelazione  del  tempo  di  Vittorio  Amedeo  III, 
proveniente  da  Costantinopoli,  jjoichè  l'A.  accenna  come 
nei  sobborghi  di  Pera  e  di  Galata  gli  occorresse  di  vedere 
il  personaggio  di  cui  descrive  minutamente  le  vicende.  Nel- 
r  episodio  del  segretario  greco  (v.  nel  testo  p.  80  ),  che  tra- 


—  92  — 

fuga  fra  P  altro  al  Boetti  il  «  Jownìal  écrit  de  sa  mai»,  du 
joiir  de  sa  iiaissanee  jusqu' à  oette  epoque»  è  detto:  «e' est 
de  ih  que  uous  savous  toutes  ses  aventures  »;  donde  si  ricava 
che  per  tutta  la  prima  parte  alDieuo  la  delazione  si  fonda 
sul  Diario  stesso  del  Boetti. 

—  In  ordine  cronologico  spetta  qui  il  posto  al  già  citato 
art.  del  D'  Ancona,  cfr.  nn.  1  e  2. 

—  Alcuni  anni  dopo  vedeva  la  luce  una  compilazione, 
modesta  di  aspetto  e  di  stile,  dovuta  al  parroco  di  Piazzano, 
sacerdote  Perpetuo  Dionigi  Damonte:  Il  Profeta  Mansiir, 
JSoeik  -  Oghan  -  Oolò,  ossia  II  Padre  Boetti,  Moncalvo,  Sacerdote, 
1882,  pp.  160.  L'A.  arricohisce  quanto  già  aveva  scritto 
V  Ottino  di  certe  notiziole  raccolte  in  Piazzano,  dov'  egli  di 
morava,  e  nei  paeselli  limitroiì.  Giova  qui  riportare  il  passo 
dove,  affermato  d^  aver  fatto  tesoro  delle  memorie  esistenti 
nelP  Archivio  Parrocchiale  di  Piazzano,  e  di  quelle  procura- 
tegli dalla  famiglia  Boetti,  dà  di  quest'ultima  alcune  utili 
informazioni.  «  Consultammo  pure  —  egli  scrive  —  i  nostri 
vecchi  ottuagenari  e  nonagenari,  i  quali  affermano  d'  avere 
conosciuto  personalmente  i  fratelli  e  le  sorelle  del  suddetto 
Profeta  Mansùr.  Il  padre  di  costui  fu  il  signor  Spirito  Bar- 
tolomeo, notaio,  il  quale  discendeva  dai  conti  di  Cunico, 
ove  costoro  anticamente  erano  feudatari.  Questi  conti  (ofr. 
Dizionario  geografico  di  Goffredo  Casalis)  provenivano  da 
Asti,  e,  avendo  perduto  il  feudo  di  Cunico,  vennero  a  sta- 
bilirsi in  Piazzano.  Quivi  nacque  Bartolomeo  e  quivi  morì 
nel  1800  in  età  di  anni  84. 

Giambattista  avea  due  fratelli  per  parte  di  padre.  L'uno 
(n.  1760)  era  Luigi,  notaio  in  Piazzano,  che  mori  j)er  caso 
{aie)  in  Trino  nel  1814.  L'altro  era  Gio.  Carlo  (n.  1756),  il 
quale  da  prima  sposò  la  ricca  vedova  del  Belgioioso,  teni- 
mento  che  trovasi  presso  Palazzolo.  Rimasto  vedovo  si  stabilì 
in  Moncalvo,  ove  aprì  una  farmacia,  e  sposò  in  seconde 
nozze  la  signora  Rosa,  figlia  di  Alessio  Sapelli  ed  Ippolita 
Godio  di  Forneglio. 

Frequentando  da  piccini  casa  Boetti  avemmo  la  fortuna 


—  93  — 

di  ooBosoore  la  nipote  del  celebre  Manstir,  signora  Angela 
Maria,  figlia  del  sullodato  Luigi,  e  maritata  al  signor  Gioa- 
netti  Andrea  di  Vinovo,  la  quale  nel  1840  i)ossedeva  ancora 
un  quaderno  scritto  dallo  stesso  Mansiìr,  in  cui  era  descritto 
minutamente  il  suo  primo  e  secondo  viaggio  in  Oriente,  ohe 
essa  leggeva  a  tutti  gli  amici  elie  andavano  a  visitarla.  In 
esso  quaderno  sono  notati  i  nomi  delle  città  e  dei  paesi  vi- 
sitati, le  vicende  accadutegli  e  le  memorie  prese  »  (pp.  5-7). 

Dei  congiunti  e  discendenti  del  Profeta,  egli  fornisce 
pure  l'albero  genealogico  (p.  157),  che  va  i^erò  in  qualche 
punto  rettificato,  come  già  si  rilevò  (ofr.  piìi  sopra  nota  4.*). 

Inoltre  il  Damonte  afferma  di  aver  rintracciato  qualche 
orma  del  Profeta  :  «  Monsignor  Giuseppe  Audu  vescovo  caldeo 
di  Amadia  —  scrive  a  tal  proposito  —  passò  da  Aleppo  il 
29  luglio  1861  mentre  io  colà  dimorava  ;  e  si  fermò  due  giorni 
nel  mio  collegio.  Fra  le  altre  cose  mi  raccontò  che  in  Amadia 
vi  sono  ancora  dei  seguaci  di  questo  profeta  Mansicr  e  che  presso 
di  loro  il  suo  nome  risuona  venerato  »  (pp.  29-30). 

A  chiarimento  di  ciò  occorre  soggiungere  ohe  il  Damonte, 
X)rima  di  raccogliersi  nei  senili  ozi  della  sua  canonica  in 
Piazzano,  dove  io  lo  conobbi  e  lo  praticai,  girò  anch'  egli 
mezzo  mondo,  e  fu,  al  pari  del  Boetti,  missionario  in  Oriente, 
e  dei  suoi  viaggi  lasciò  memorie  letterarie.  Nato  in  Castel- 
sampietro,  comune  monterrino  del  quale  Piazzano  è  frazione, 
il  9  ottobre  1828,  studiò  a  Casale;  fu  francescano  nelF omo- 
nimo convento  di  Trino  Vercellese  ;  missionario  in  Siria  nel 
1858,  fondò  in  Aleppo,  dove  soggiornò  quattro  anni,  un  col- 
legio, durato  indi  floridissimo,  e  vi  insegnò  la  lingua  ita- 
liana. Rimpatriato,  scrisse  intorno  al  celebre  artistico  san- 
tuario monferrino  di  Crea,  e  particolarmente  opere  di  carat- 
tere storico-religioso  quali:  Ahdel- Kader  ossia  Le  stragi  del 
Libano  e  di  Damasco  del  1860,  Torino,  1884;  Lettere  orientali, 
intitolate  in  seconda  edizione  La  Siria,  Torino,  1896,  oltre 
alla  monografìa  citata  sul  Mansùr  ;  morì  il  12  dicembre  1900  ; 
ofr.  Uno  scrittore  poco  noto:  Perpetuo  Dionigi  Damonte  scritte- 
rello  da  me  inserito,   a  cortese  richiesta  del  mio  carissimo 


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prof.  Federico  Ravello,  allora  direttore  della  Gazzetta  Ver- 
oelleae,  in  due  puntate  di  detto  periodico,  Vercelli,  2  settembre 
1897,  nn.  35-36. 

—  Riassunse  quanto  allora  si  sapeva  del  Profeta,  A.  G.  Ca- 
gna, il  brioso  romanziere  vercellese,  in  forma  inacevole, 
benché  senza  novità,  in  una  conferenza  tenuta  in  Casale 
Monferrato  ed  ivi  edita:  Mansnr,  Casale,  tip.  Casalese,  1897. 

—  Nel  1901  apparve  in  luce,  la  Relazione  ecc.,  come  si 
disse  alle  note  3,  4,  5,  e  allora  discorsero  del  Mansùr  molti 
fogli  quotidiani  e  parecchie  Riviste,  fra  le  altre,  con  efficace 
sintesi.  Minerva  (Roma,  1910)  per  opera  di  Amerigo  Scarlatti, 
al  qual  proposito  per  chiarire  taluni  dati  di  fatto  ebbi  ad 
inserire  una  lettera  in  Elettore,  Casale,  5  agosto  1910. 


*  Won  più  ad  Alessandro  D^Anvonaf  bensì 
imrtroppo,  alla  sua  memoria  onoranda,  va  ora 
dedicato  questo  libretto,  eh'  egli  avrebbe  sicura' 
mente  accolto  con  benevola  compiacensa. 

Allorcliè,  nel  settembre  scorso,  dal  mio  eremo 
mon ferrino,  lo  offrivo  con  animo  devoto  e  rico- 
noscente all'  insigne  studioso,  che  m' aveva  spinto 
a  ricercare  gli  sper ditti,  e  a  radunare  gli  sparsi 
documenti  sul  Profeta  Mansnr,  sapevo  di  far 
cosa  gradita  a  chi  meco  rammaricava  che  il 
nome  del  Boetti  non  venisse  appaiato  a  quelli 
dei  più  celebri  grandi  indisciplinati,  che  di  so- 
lito si  rammentano. 

Ora  Egli  non  è  più. 

Nel  rettificare,  di  su  le  bosse,  con  questa 
noterella  aggiuntiva,  la  dedica  ormai  stampata, 


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io  penso  con  infinita   mestizia  al  Maestro   dot- 
tissimOf    daW  animo    eletto,   dalla    vita   proda, 
laboriosa,    cui  parve  sempre  die  il  tempo  fosse 
troppo  scarso  alla  sua  vasta,  diuturna  fatica 

F.  P. 

Perugia,  decemhre  1914, 


Modena,  O.  FERRAGUTI  e  C,  Tipografi,  Via  Servi,  5. 


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